Pdl-Fli, accordo su tutto o governo a rischio

Se tra il Fli e il PdL - o meglio, tra Fini e Berlusconi - si comincia con le «posizioni irrinunciabili», il governo campa poco. Se invece si tratta di baruffe per la platea e c'è la volontà di mettersi d'accordo, il discorso cambia. Il loggione del Fli rumoreggia: scopre con grande scandalo, per esempio, che il lodo Alfano è addirittura retroattivo. Ignorando, probabilmente, che lo è dalla nascita, nel 2002, quando si chiamava lodo Maccanico ed era stato partorito su misura per Berlusconi dalla fantasia di un ministro del centrosinistra per evitare che le legislature si paralizzassero a causa dell’ondata dei sempiterni processi a carico del Cavaliere. Adesso finalmente si discute di una riforma della giustizia che non ha niente a vedere con eccezioni, esimenti e leggi ad personam: si tratta di ridisegnare il nostro sistema giudiziario in modo che sia, se non simile, meno lontano da quelli occidentali dove i pubblici ministeri dipendono, di dritto o di rovescio, dal governo. La maggioranza è d'accordo sulla separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici, ai quali si vorrebbe garantire uno status costituzionale più elevato, essendo il pubblico ministero una parte come la difesa.



Si è d'accordo anche sulla conseguente nascita di due Consigli superiori e sull'affidamento dei provvedimenti disciplinari a un organismo esterno al Consiglio, in modo da evitare (almeno in parte) la contrattazione tra le correnti della punizione prevista con altri istituti (promozioni, assegnazione di uffici importanti e così via). Il Fli si oppone tuttavia con forza a tre novità: l'assegnazione al ministro della Giustizia di maggiori poteri disciplinari, la sostanziale prevalenza di elementi laici su quelli togati all'interno dei Consigli e la revisione dell'articolo che regola il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia giudiziaria. Sui primi due punti si può discutere. Il terzo è invece un punto nodale della riforma. L'attuale articolo 109 della costituzione recita testualmente: «L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria». Il testo è corretto, lo sono meno, purtroppo, le applicazioni. Nell'ultimo ventennio, da Mani Pulite in poi, la progressiva acquisizione da parte delle Procure del potere primario che una volta era del parlamento ha fatto sì che ciascun pubblico ministero ha la possibilità di scegliersi un qualsiasi ufficiale di polizia giudiziaria di una qualsiasi arma o corpo (carabinieri, polizia, guardia di Finanza) e di farne il proprio delegato senza che questi risponda a nessun altro se non a lui e senza nemmeno che i suoi capi ne siano preventivamente informati. Anche se talvolta queste scelte sono compiute con le migliori intenzioni, il pubblico ministero ha di fatto la possibilità di costruirsi una «polizia privata».



La nuova proposta è scritta invece così: «L'autorità giudiziaria dispone della polizia giudiziaria secondo le modalità previste dalla legge». Scompare il «direttamente» e ci si richiama alla legge di riforma del codice di procedura penale, all'esame del parlamento. Nella sostanza si tende a restituire agli organi i polizia una autonomia investigativa ormai scomparsa e a ridurre la personalizzazione del rapporto tra il magistrato e l'ufficiale di Pg. L'autorità giudiziaria potrà sempre disporre della polizia giudiziaria, ma non del singolo ufficiale. Il pubblico ministero dovrà rivolgersi al capo della polizia giudiziaria competente che designerà le persone incaricate di collaborare con il magistrato. Siamo uomini di mondo e sappiamo che forme intelligenti di collaborazione si troveranno sempre. Ma crediamo che il cittadino si sentirà più garantito se il poliziotto non sarà soltanto il braccio armato del pubblico ministero che lo ha scelto. È un tema delicato che merita ogni approfondimento e si gioverebbe di contributi attivi anche da parte dell'opposizione. Depotenziare la riforma in partenza non è tuttavia un buon viatico per la durata del governo.

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