Sara, i mostri sono dentro di noi

La terribile vicenda dell’omicidio di Sarah Scazzi polarizza da più di dieci giorni - dal momento della scoperta del corpo e della confessione dello zio - l’attenzione inorridita dell’opinione pubblica. Fin dal primo momento i termini ricorrenti sulle nostre bocche e sulle pagine dei quotidiani sono stati «orco» e «mostro». E adesso che l’oscura ombra dell’orrore si è allargata fino a includere anche la cugina di Sarah, questi termini vengono declinati al plurale.
Sono tante le domande ancora senza risposta che tutti vorrebbero rivolgere ai due «mostri». Noi qui vorremmo provare, invece, a formularne qualcuna che riguarda noi, gli spettatori. Per scoprire, magari, che forse neppure a esse è così facile rispondere.
Chi è un «mostro»? Né Sabrina né suo padre, fino a pochi mesi fa, prima del delitto, lo erano. Leggevano i giornali, guardavano la televisione, e si saranno anche loro inorriditi davanti ai tanti casi di atroce violenza che le cronache ci regalano ormai quasi quotidianamente. Come non erano mostri - ci si consenta di estendere il campo della riflessione, senza voler minimizzare le differenze - neppure le persone che a Milano hanno aggredito e massacrato di botte un tassista, perché aveva investito un cane, o il giovane che con un pugno, a Roma, ha ucciso, quasi senza motivo, una donna. Non appartenevano a una categoria di esseri umani diversi da noi, gente perbene che si scandalizza.
Chi è, dunque, un «mostro»? Per noi è facile dare per scontato che non si tratta di noi. Ma possiamo negare che in certe situazioni - penso alle risse che si scatenano a volte tra automobilisti, in cui si ha voglia di uccidere l'altro che ti ha tagliato la strada e per giunta ti insulta - siamo sull'orlo di diventarlo e di finire anche noi sui giornali?
Forse non ci sono persone che sono per natura «mostri». Forse i mostri sono, in realtà, dentro di noi, e ognuno nasconde nella profondità del suo essere, più o meno consapevolmente, i suoi. È quello che una consolidata tradizione di pensiero ha sempre chiamato «il male». Noi cerchiamo di dimenticarcene. Abbiamo bisogno di sentirci buoni. Gran parte della storia delle diverse civiltà ha in comune questo disperato tentativo di esorcizzare i demoni che sono in agguato nel nostro cuore e nella nostra mente, neutralizzando i germi della violenza continuamente risorgenti nel tessuto dei rapporti umani.
È famosa la teoria dell'antropologo René Girard secondo cui, più antica e più irrefrenabile della pulsione sessuale, più minacciosa per l'ordine sociale, nel cuore delle nostre comunità si annida questa violenza, di cui non ci si può sbarazzare, perché per eliminarla bisognerebbe eliminare noi stessi. La si può solo controllare, magari mascherandola, fingendo che essa sia dovuta a circostanze storiche passeggere, a strutture della società che è possibile cambiare. Tutte le ideologie hanno sognato un progresso dell'umanità o una rivoluzione sociale che ci permettesse di lasciarcela finalmente dietro le spalle. Ma il male si è insinuato anche dentro il progresso e lo ha reso per certi versi ancora più minaccioso della barbarie - si pensi alla bomba atomica, o all'inquinamento - e ha pervertito il corso delle rivoluzioni, piegandola alla logica di sopraffazione che volevano superare (si pensi allo stalinismo).
Falliti questi grandi sogni, ci si può rifugiare nell'umile routine quotidiana, per sentirsi «normali». Ma poi capita che proprio nel cuore di questa routine, in un modesto paesino della Puglia - oppure in una strada di Milano o di Roma - il male riaffiori.
Negli altri, naturalmente. La sola salvezza è pensare che noi siamo solo gli spettatori. E i giudici. Forse si deve a questa sotterranea paura di guardare in noi stessi la passione morbosa con cui seguiamo casi come quello di Avetrana. Ci permettono di concentrare tutto il male che è dentro di noi in qualcuno che è fuori. Gridare la nostra indignazione - peraltro assolutamente sincera - ci fa sentire innocenti. E ci distrae da situazioni in cui forse lo siamo un po' meno. È stato così che, in un recente passato, per tre anni il delitto di Cogne ha riempito le cronache dei mass media, aiutandoci a dimenticare che ogni giorno la nostra indifferenza lascia morire di fame, di sete e di malattie di per sé facilmente curabili (con quattro soldi!) migliaia e centinaia di migliaia di bambini. Perché la violenza può manifestarsi anche nella forma dell'indifferenza per il dolore e la morte altrui.
Il male che abbiamo dentro non si può mai del tutto estirpare, ma si può mitigare e controllare. Si può imparare a convivere con esso, come si porta nella carne una ferita. Però, per far questo, bisogna avere l'onestà e il coraggio di prenderne coscienza. I mostri dentro di noi sono immensamente più pericolosi se non abbiamo la lucidità di guardarli bene in faccia, chiamandoli per nome. Per questo possiamo contare sull'aiuto degli altri - familiari, colleghi, amici e nemici - che non mancano mai di farceli notare. A noi ciò non piace, ma dobbiamo imparare a esserne grati. È la via per un umile percorso - sempre incompiuto ma non per questo vano - di liberazione dal nostro male. E non solo, alla fine, dal nostro, ma anche da quello che attraverso ognuno di noi si riversa sulla società e la rende a volte invivibile.
Così, se ci si accosta ad essa rifiutando di trasformarla in uno spettacolo di intrattenimento, forse anche la tragedia di Avetrana può acquistare, nella sua assurdità, un significato. E diventare l'occasione per fare i conti non solo con i mostri di cui parlano le cronache, ma anche e prima di tutto con quelli che noi stessi ci portiamo dietro.

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