In Campania 600 milioni per l’occupazione. E in Sicilia?

La notizia avrebbe potuto restare relegata a pagina 54 del Corriere della Sera; almeno in Sicilia, però, la soglia di attenzione dovrebbe invece essere molto alta. La notizia è il varo di un piano strategico per il lavoro da parte della Regione Campania, con una dotazione cospicua di 600 milioni di euro, idonei a creare 60 mila posti di lavoro.
In una regione a statuto ordinario come la Campania ed in una fase nella quale i cordoni della borsa statale si aprono con grande difficoltà, ci si chiede dove siano state reperite risorse tanto ingenti. La risposta è presto data: stop con effetto immediato ad ogni attività di formazione attraverso enti e soggetti intermediari, ed attribuzione delle risorse, così liberate, direttamente alle imprese. Il Corriere della Sera affronta nel merito questa rivoluzionaria decisione, ricordando come nel passato in Campania il sistema formazione si sia tradotto in uno sperpero di denaro pubblico. Infatti, finita la formazione, "i formati non accedevano ad alcun lavoro, ma rimanevano semplicemente parcheggiati in attesa di nuova assistenza"! Non c'è che dire; sembra la fotografia della Sicilia. La nostra regione impegna annualmente per la formazione, dal proprio bilancio, da 250 a 300 milioni di euro. Inoltre nel calderone della formazione confluiscono almeno due miliardi di euro dai fondi europei. Non occorrono complicati ragionamenti per misurare con buona approssimazione che impatto potrebbe avere in Sicilia una scelta strategica come quella attuata in Campania. Per garantire un reddito lordo di primo inserimento di circo 800 euro mensili, con l'aggiunta dei contributi previdenziali, sarebbe teoricamente possibile creare almeno 200 mila posti di lavoro; con un ulteriore valore aggiunto. Se anche le imprese siciliane dovessero decidere di rinunciare in futuro ad una parte delle forze lavoro occupate per questa via, avremmo comunque il grande beneficio di avere realmente insegnato un mestiere a tanti disoccupati. Cosa che ovviamente non si può dire dell'attuale modello formativo siciliano. Artigiani, commercianti, liberi professionisti, industrie, imprese agricole, sarebbero ben felici, nella prospettiva di una possibile ripresa del ciclo economico, di impiegare nuove risorse umane senza gravare sui propri bilanci. La formazione siciliana è stata invece una sorta di buco nero, buono soltanto a distruggere risorse finanziarie in una sorta di gigantesca giostra delle illusioni. Non è, e non può essere un giudizio indifferenziato, giacchè non sono pochi gli enti di formazione titolari di uno specifico know how. Tuttavia, quando dalla formazione in senso lato si passa al "mestiere" in senso stretto, allora c'è un solo banco di scuola; si chiama mondo del lavoro. E' lì che la Campania ha deciso di convogliare i propri fondi, tagliando in un colpo solo una foresta pietrificata; è lì che anche la Sicilia dovrebbe fare affluire i fondi disponibili per la formazione, fatte salve comunque esigenze formative specifiche, come ad esempio l'alta formazione. Sono in corso alcuni tentativi, apprezzabili, di correggere rotta. Ben difficilmente però il problema si risolve tentando di mantenere comunque in equilibrio un modello che ovviamente in equilibrio non sta più.

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