È presto per lasciare l'Afghanistan

Quattro alpini della Brigata Julia, a bordo di un veicolo trasporto truppa Lince, sono morti per l'esplosione di un ordigno rudimentale, ad alto potenziale, posizionato dai talebani sulla rotabile che si snoda nel distretto di Gulistan; un quinto è rimasto ferito. I nostri militari scortavano un convoglio di 70 autocarri civili carichi di materiale vario necessario per costruire una base avanzata utile per il controllo del territorio. Il controllo del difficile e aspro territorio afghano è l'attuale strategia, voluta anche dal generale Petraeus, comandante il contingente americano, per contrastare con maggiore efficienza e probabilità di successo la guerriglia talebana sottraendogli il terreno da dove partono le azioni offensive contro la missione Unifil. Il presidio del territorio da più posizioni avanzate e le operazioni speciali della 45°Brigata, a comando Nato, l'impiego degli aerei senza pilota (Predator) da ricognizione e degli elicotteri da combattimento sono gli strumenti che possono rendere la vita difficile ai guerriglieri talebani. Non dimentichiamoci che le perdite tra le fila dei talebani sono altissime, anche se nessuno ne parla. Molte volte, durante gli scontri o i raid, purtroppo, cadono, per errore, anche civili innocenti, donne e bambini, che con la loro morte suscitano rabbia nella popolazione contro l'operato della coalizione che invece lavora per ricostruire il Paese. I nostri soldati non sono lì solo per contrastare la guerriglia, ma soprattutto per aiutare la gente comune a crescere nella pace e nella giustizia. Le perdite di civili ovviamente favoriscono la causa della guerriglia e quindi vanno assolutamente evitate facendo molta attenzione anche al cosiddetto "fuoco amico". In tale quadro va anche esaminata l'ipotesi di voler dotare di bombe gli aerei italiani, pochi, presenti sul teatro operativo. Ciò sarebbe solo possibile cambiando le "regole di ingaggio" che non vengono stabilite unilateralmente, ma concordate in ambito internazionale e semmai richieste al nostro Paese da chi ha il comando operativo sul campo, e poi decise dal Parlamento che è sovrano. Un'ipotesi che fa discutere, destinata a provocare divisioni nel mondo politico in un momento delicato. Il tributo di sangue donato dai nostri soldati, con coraggio e generosità, è altissimo: trentaquattro fin qui i caduti italiani per la pacificazione dell'Afghanistan e per fornire alla comunità internazionale e al nostro Paese sicurezza, contrastando indirettamente anche il notevole traffico di stupefacenti i cui proventi vanno ad arricchire i signori della guerra delle tribù più bellicose, quali i Pashtun. Nell'attuale confusione politica, alcuni personaggi, pochi per la verità, hanno evocato l'avventura americana, finita male in Vietnam, sollecitando il ritiro del nostro contingente dal teatro afghano appellandosi all'articolo 11 della Costituzione.
Nei momenti difficili è facile criticare e proporre soluzioni radicali. Ritirare i soldati dal teatro afghano sembra apparire l'unica via da seguire, ma è necessario anche chiedersi cosa succederebbe dell'Afghanistan se la guerriglia talebana prendesse il controllo del Paese. La risposta è prevedibile: si ritornerebbe senza dubbio al 2001 e Al Qaeda verrebbe considerato il vero vincitore della guerra asimmetrica e verticale in atto contro l'occidente. Il mondo islamico vedrebbe, nel fondamentalismo, l'unica soluzione possibile per la risoluzione definitiva di tutte le controversie in atto con Israele, gli Stati Uniti e la Russia. Il terrorismo tornerebbe più forte e aggressivo di prima a colpire le nostre città e le nostre vie di comunicazione. La vita della intera comunità internazionale sarebbe in pericolo dall'India al Magreb, al corno d'Africa, al Golfo Persico, all'Europa, alla Russia per la questione Cecena e agli Stati Uniti, senza dimenticarsi del Medioriente e della atavica crisi arabo-israeliana. La minaccia atomica, inoltre, attualmente ventilata dall'Iran e dalla Corea del nord, un domani potrebbe essere una reale arma di ricatto in mano di Al Qaeda contro la civiltà occidentale. Bin Laden, va ricordato, è ancora latitante con il suo stato maggiore dopo nove anni di guerra dall'attentato alle due Torri e ancora non è stato reso inoffensivo.
Il Pakistan, che ha l'arma atomica, ha mutato il suo assetto politico ed è meno affidabile del passato. Il confine con l'Afghanistan sembra ospitare i talebani quale un vero "santuario della guerriglia" e le fila dei simpatizzanti dei talebani si infoltiscono sempre di più. Come si può vedere è un quadro strategico non rassicurante, dal futuro incerto, dove i nostri soldati si muovono con coraggio e professionalità riscuotendo il plauso degli altri contingenti e la simpatia della popolazione civile per la loro tradizionale umanità. Non è questo il momento di parlare di ritiro o di fare polemiche nelle sedi politiche. La guerriglia è ancora forte e il Paese deve essere pacificato ed avviato ad una sana democrazia anche con la mediazione dove sarà possibile della parte meno aggressiva dei talebani, come sembra si stia facendo. È un compito difficile quello assegnato al Generale Petraeus che lo ha esperimentato prima in Iraq. Gli americani infatti, quest'anno, hanno lasciato Bagdad e nel 2011 hanno in animo di fare altrettanto con Kabul affidando la responsabilità della sicurezza del Paese al governo Karzai. Il futuro ci dirà se la strategia attuale sarà vincente, ora non è tempo di sterili polemiche, ma dobbiamo essere solidali con i sacrifici che stanno facendo i nostri soldati e stringerci tutti intorno al dolore delle famiglie dei caduti e onorare la loro memoria e far si che il loro sacrificio non sia stato vano.

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