Sara Scazzi, tragedia cupa e pesante

Che la ragazzina di quindici anni di Avetrana con la faccia pulita e tanti sogni nel cassetto fosse morta lo si temeva da tempo. Soprattutto dopo il ritrovamento del cellulare semibruciato, nelle campagne vicino a casa. A quell’età il telefonino è il salvadanaio di tutti i sentimenti: l’amicizia e l’antipatia. L’amore e l’indifferenza. La passione e l’oblio. Impossibile separarsene. Ma che dietro la sua misteriosa sparizione ci fosse una sordida storia di famiglia non era immaginabile. E questo rende ancora più cupa e pesante la tragedia. Si favoleggiava di fughe volontarie, di incontri amorosi organizzati via Internet, di fidanzati venuti da lontano: vicende avventurose da film che servivano più che altro a tenere viva l’illusione e a dissipare l’angoscia. Soprattutto quella della mamma.
Proprio alla mamma è toccata l’angoscia peggiore: venire a sapere in diretta televisiva, senza intermediazione, che sua figlia, la sua adorata ragazzina, era stata ammazzata. Oltre un mese di attesa, di affanno, di progressiva perdita di speranze (anche se una mamma non cessa mai di sperare). Poi, nella notte, il telegiornale spara la notizia che squarcia il cuore. Inevitabilmente, penserà, la mamma, con dolore feroce, a come era Sara da viva, fulgida nella sua bellezza di giovanissima donna: insopportabile il confronto tra il prima e il dopo, inaccettabile nel suo tremendo, brutale spreco di vita. E noi che abbiamo visto su tutti i giornali le fotografie della bella ragazza, che forse l’abbiamo osservata bene per cogliere sul suo viso il segreto della sparizione o comunque qualcosa di più di quanto raccontavano le cronache, ora che sappiamo dove e come è stato ritrovato il suo povero corpo, non possiamo che essere a nostra volta angosciati dal confronto che parla di bestiale violenza, di imperdonabile profanazione.
N. Sun.

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