I rischi del federalismo fiscale

Con il decreto legislativo sul federalismo fiscale, approvato ieri dal Governo, l'Italia è pienamente entrata in una nuova fase della sua storia politico-costituzionale: l'era del federalismo. Prima la riforma costituzionale del 2001 che ha spostato gran parte delle competenze dallo Stato alle Regioni ed agli enti locali, poi nel 2009 la legge delega sul federalismo fiscale, che ha disegnato una radicale trasformazione della finanza regionale, oggi l'attuazione di questa legge.
Fin ora del federalismo si è detto, dalle forze del centro-destra come da quelle del centro-sinistra, un gran bene. Tutti gli attori politici ne hanno cantato le lodi e hanno cercato di inseguire la Lega Nord - che del federalismo ha sempre rivendicato il copyright politico - nella elaborazione di politiche istituzionali federaliste. Ora però siamo passati dal disegno astratto, dalle proclamazioni retoriche, dall'ideologia istituzionale alla concreta realtà. Il federalismo non è più un progetto ma un dato istituzionale. A questo punto è necessario che il dibattito pubblico si faccia più preciso e cerchi di capire e di far comprendere che cosa cambierà per la vita di tutti noi e, visto che viviamo in una regione sudista, quali refluenze avrà per il Mezzogiorno.
Qui una prima puntualizzazione deve essere fatta. Il vocabolo "federalismo", come tanti altri del lessico politico, ha una vastissima area di significati possibili. Uno studioso americano, una ventina d'anni fa, ha contato i diversi significati del termine federalismo che si affollano nella discussione politica e nella letteratura politica e ne ha individuati circa cinquecento! Inoltre, gli studiosi del federalismo ci insegnano che qualsiasi Stato federale è caratterizzato da "equilibri instabili": a seconda delle diverse congiunture storico-politiche gli equilibri istituzionali si spostano ora a favore dello Stato ora a favore delle unità politiche sub-statali.
Perciò è fuorviante trasformare il federalismo nella parola magica che cambierà l'Italia, ma bisogna andare a vedere quale effettivo assetto istituzionale stiamo costruendo nel nostro Paese e come esso si adatta e interagisce con la nostra realtà politica, economica, sociale, culturale.
In questa prospettiva, non si può nascondere che insieme ad alcune potenzialità per il sud - come la possibilità di politiche pubbliche più adeguate alle esigenze specifiche del territorio e una maggiore responsabilizzazione della classe politica locale - ci sono anche tanti rischi. Fra questi ne evidenzierò, per il momento, tre:
1)il rischio della crisi finanziaria delle Regioni meridionali. Il federalismo fiscale, per definizione, mantiene la ricchezza prevalentemente nei territori in cui è prodotta e quindi crea un'inevitabile differenziazione tra le Regioni ricche e quelle povere. Come potranno le Regioni più deboli economicamente, quale la Sicilia, far fronte alle proprie competenze con minori risorse. La razionalizzazione della spesa pubblica inefficiente e improduttiva potrà bastare ad evitare il fallimento di alcune Regioni meridionali?
2)Il rischio della diseguaglianza insopportabile tra cittadini del nord e cittadini del sud, tra aree ricche ed aree povere. Infatti i diritti costano: basti pensare al diritto alla salute o a quello all'istruzione la cui garanzia richiede costosi apparati amministrativi. Anche il pieno dispiegarsi dell'iniziativa economica e la capacità di competere sui mercati mondiali richiedono un ambiente con una ricca dotazione infrastrutturale, che inevitabilmente richiede delle risorse finanziarie. Il federalismo fiscale è compatibile con l'esigenza di colmare il divario Nord-Sud in termini di garanzia dei diritti e di dotazioni infrastrutturali o è destinato ad aggravarlo?
3)Il rischio della cattura da parte degli interessi settoriali e/o della criminalità organizzata. Istituzioni più autonome possono servire a valorizzare le peculiarità locali, ma in territori in cui è purtroppo ancora forte la presenza della criminalità organizzata ed in cui è presente in forti dosi quel "familismo amorale" che spinge a domandare alla politica benefici particolaristici per sé e per il proprio clan, è grande la possibilità che alcune Regioni e, soprattutto, alcuni Enti locali, diventino strumenti proprio di questi orribili mostri che sono presenti nel Mezzogiorno.
A questi rischi si potrebbe opporre che il federalismo italiano sarà "solidale" perché non abbandonerà le Regioni più deboli e darà vita, sia sul piano finanziario che su quello dei poteri, a forme di solidarietà tra aree forti ed aree territoriali deboli e si potrà anche aggiungere che finalmente la classe politica meridionale sarà messa alla prova per quello che effettivamente sarà in grado di fare.
Ma, ancora una volta è giunto il momento di uscire dal vago per approfondire cosa in concreto significherà questa "solidarietà". È possibile capire come effettivamente il federalismo potrà essere solidale? Più in generale, di fronte alla gravità dei rischi, all'importanza delle opportunità, alla svolta epocale che stiamo vivendo, sarebbe il caso di aprire un grande dibattito, di produrre analisi, proposte politiche, prese di posizioni da parte degli intellettuali, della classe politica, delle imprese, delle diverse articolazioni della società civile. E' ammissibile che stiamo entrando in una nuova era della nostra vita collettiva senza che la maggior parte dei nostri concittadini ne siano informati e se ne rendano conto? La politica e la cultura non possono far finta di niente. E la questione federalista non può essere vista solamente con gli occhiali del Nord.
Oggi esiste una frattura tra la politica e la società, sempre più lontana dai Palazzi del potere. Iniziare a interrogarci, anche partendo dal federalismo, sul futuro nostro e dei nostri figli, individuare risposte concrete ai problemi veri delle persone, alzare il profilo della proposta politica, disincagliandola dalle beghe personali e dalle lotte di mero potere, avere il coraggio di discutere e di confrontarsi, potrebbe essere un modo per riavvicinare i cittadini alle istituzioni, per riallacciare i fili di una comunicazione tra sfera sociale e sfera politica che oggi sembra interrotta, per superare la paralisi degli opposti egoismi in nome di un interesse generale che deve essere riscoperto se vogliamo evitare le barbarie e la disgregazione del Paese.

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