Uomini contro donne, ma l'Islam non c'entra

Come accade sempre, quando viene uccisa una donna, soprattutto se immigrata e pachistana musulmana, si alza un coro sull' "intollerabile barbarie". Così è avvenuto anche stavolta a Modena per l'uccisione a colpi di mattone di Shahnaz Begun da parte del marito, Ahmad Khan Butt, e del tentato omicidio della figlia "ribelle" Nosheen da parte del fratello, che l'ha colpita a sprangate. Uomini contro donne, musulmani contro musulmane che non rispettano le "regole schiavistiche" del Corano.
Ma siamo proprio sicuri che l'Islam prevede queste orribili punizioni per le donne che non rispettano le imposizioni degli uomini? Non credo e non c'è certo bisogno di trovare conferma nelle dichiarazioni dell'ambasciatrice del Pakistan ("È inaccettabile non solo che un uomo uccida una donna, ma anche che alzi le mani su di lei") o dell'Ucoi ("Nessuna coscrizione matrimoniale potrà mai essere giustificata come derivante dall'Islam").
Ma il problema credo non è se la violenza possa derivare da un credo religioso. È facile infatti rispondere che la violenza sulle donne è una triste realtà trasversale, che interessa tutte le culture e i credi religiosi, in Occidente, come in Oriente. È noto infatti che, come denuncia l'Istat, ogni giorno almeno 7 donne su 10 subiscono maltrattamenti e un milione ogni anno sono vittime di violenze fisiche e sessuali.
Il problema centrale dunque è quello della mancata integrazione degli immigrati che, soprattutto nelle grandi città, continuano a vivere in ghetti separati, in comunità etniche e religiose chiuse, con scarsi contatti con i cittadini del Paese in cui vivono. Questo avviene ormai ovunque ad eccezione di alcune aree del sud (in Sicilia particolarmente), dove la cultura dell'accoglienza è stata ereditata dalla storia. In passato la demagogia di tante amministrazioni, soprattutto di sinistra, mascherata da "rispetto delle diverse culture", ha impedito spesso il rispetto dei diritti umani, che non possono essere barattati in nome di pregiudizi e pratiche derivate da culture etniche (come le mutilazioni genitali femminili, riduzione in schiavitù, matrimoni forzati con bambine, ecc.).
Purtroppo le militanti femministe- quelle delle istituzioni, quelle dei partiti e delle associazioni - sono pronte a denunciare,quando si verificano fatti delittuosi, come quelli delle due donne pachistane (e in passato quelle di Hina Saleem e Sanaa Dafani), ma raramente il "partito" delle donne si muove con iniziative concrete per non lasciare nell'isolamento le immigrate nel nostro paese,per favorirne l'integrazione culturale.
Adesso si invoca una nuova legge per vietare il burqua, come fa Daniela Santanchè, ma ci si dimentica troppo presto, ad esempio, che la sola violenza domestica rappresenta la prima causa di morte per le donne (italiane e straniere), dai 16 ai 44 anni: ogni due giorni è consumato un delitto in famiglia.

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