Maxi confisca nel Nisseno, un imprenditore chiede indietro i suoi beni

Al via il giudizio d’appello per l’imprenditore Pietro Di Vincenzo, ex presidente dell’Ance. Bloccati in via definitiva beni per 280 milioni

CALTANISSETTA. L’imprenditore nisseno Pietro Di Vincenzo, l’ex presidente dell’Ance, reclama la restituzione dei beni che il tribunale di Caltanissetta, nell'agosto di due anni fa, gli ha confiscato in via non definitiva. Un tesoro di circa 280 milioni di euro, tra beni mobili, immobili e fette societarie d'imprese nel settore edile ed immobiliare. E in tal senso si sono appellati anche gli amministratori di società che facevano capo allo stesso imprenditore e che sono finiti al centro del provvedimento di sequestro (assistiti dagli avvocati Giuseppe Dacquì, Walter Tesauro, Rosario Di Proietto Rossella Giannone e Pietro Pistone).
La confisca è scattata sull’onda lunga del coinvolgimento dell'ex presidente degli industriali nisseni in un'inchiesta romana su mafia e appalti, da cui ne è uscita con una condanna a un anno e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa - rimediata con il rito abbreviato - poi cancellata dalla corte d'Appello di Roma che lo ha assolto. Poi, le indagini curate dalla Direzione distrettuale antimafia nissena, suffragate dalle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia, hanno fatto il resto. Così da alimentare la confisca provvisoria dell'impero finanziario dell'ex presidente dei costruttori siciliani.
Ora la corte d'Appello di Caltanissetta, presieduta da Salvatore Cardinale, è chiamata a pronunciarsi sulla richiesta di dissequestro avanzata dall’ex presidente dell’Ance, spinosa questione che, preliminarmente, è stata caratterizzata da non pochi sussulti.
Un servizio sul Giornale di Sicilia in edicola oggi.

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