Il Papa a Palermo, una grande festa

Con buona pace di quanti, nelle scorse settimane, hanno puntato più su polemiche fuorvianti, anziché sul significato che la venuta di Benedetto XVI poteva avere per la Sicilia, battendo ossessivamente sul tema delle spese eccessive e dei disagi causati ai cittadini, i palermitani e più in generale i siciliani hanno mostrato con i fatti di percepire l’importanza di questo appuntamento, accorrendo in un numero strabocchevole agli appuntamenti col Papa. Solo al Foro Italico si sono contate, all’incirca, duecentomila persone.
È stata una grande festa, propiziata dalla bella giornata di sole e dall’atmosfera domenicale. Ma non è stato solo questo.
Ci sono state le parole dell'arcivescovo Romeo, che, salutando il Pontefice, ha denunciato, come cause della mancanza di speranza dei nostri giovani, l'«immobilismo sociale e culturale, come pure una gestione politica discontinua e poco attenta alla problematica dell'alta disoccupazione giovanile», nonché un «disorientamento che diviene troppo spesso sopraffazione, ingiustizia, violenza, morte».
E ci sono state, soprattutto, le parole di Benedetto XVI. Il tema di fondo della mattina è stato quello della fiducia: «Sono qui», ha detto il Papa, al Foro Italico, «per darvi un forte incoraggiamento a non aver paura di testimoniare con chiarezza i valori umani e cristiani, così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione». E, rivolgendosi in particolare ai laici, che costituiscono la grande maggioranza del popolo di Dio: «A voi, fedeli laici, ripeto: non abbiate timore di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell'esistenza umana, soprattutto in quelle difficili!».
Un monito che mette il dito nella piaga: la scissione del cristiano, anche praticante, tra un'esperienza devozionale vissuta all'interno del tempio, fatta soprattutto di riti e celebrazioni (battesimi, prime comunioni, matrimoni etc.), e la vita quotidiana, nel lavoro, in famiglia, all'interno della pubblica amministrazione, dove si finisce per assumere una mentalità e uno stile concreto di comportamento che nulla hanno a che fare col Vangelo, sta alla base della mancanza di incisività della comunità cristiana nella nostra città e in tutta la nostra Isola.
Il richiamo alle situazioni "difficili" evidenzia quanto il Pontefice sia consapevole di chiedere una coerenza che può costare molto cara. Non a caso il Papa durante la messa ha sottolineato, partendo dalla prima lettura della liturgia, che il profeta di cui là si parla, Abacuc, «implora il Signore a partire da una situazione tremenda di violenza, d'iniquità e di oppressione». Benedetto XVI, del resto, aveva mostrato di essere bene informato del fatto che molti, in Sicilia, «vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza di lavoro, dell'incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale e a causa della criminalità organizzata».
A proposito di quest'ultima, qualcuno aveva notato con disappunto che nella mattinata il Papa non aveva usato la parola "mafia" (anche se "criminalità organizzata" ne è un sinonimo!). A fugare ogni dubbio, l'ha pronunciata con estrema chiarezza il pomeriggio, parlando ai giovani in Piazza Politeama: «La mafia è strada di morte», ha detto, tra gli applausi di migliaia di ragazzi. Ed è, ha aggiunto, «incompatibile con il Vangelo».
No, il Santo Padre non si illude sulle condizioni in cui il cristiano oggi deve operare in Sicilia. E tuttavia il suo messaggio, esposto col tono sobrio e intenso che gli è consueto, è stato forte e chiaro: si tratta «di portare la forza dirompente del Vangelo» proprio in questo contesto di incertezza, di violenza e di morte, senza vergognarsi della propria testimonianza. «Ci si deve vergognare del male, di ciò che offende Dio, di ciò che offende l'uomo; ci si deve vergognare del male che si arreca alla Comunità civile e religiosa».
La fede non è un fatto intimistico, privato, come molti vorrebbero, ma, se è autentica, se non si riduce a una pia abitudine o a un fatto devozionale ed emotivo, cambia il mondo: «Con la forza di Dio tutto è possibile!», ha esclamato il Papa. Questa certezza ha ispirato tutta la vita di padre Puglisi, che ha avuto, ha detto Benedetto XVI nell'incontro con i sacerdoti e i religiosi, «un cuore che ardeva di carità pastorale» e che proprio nel suo essere fino in fondo unito a Dio ha avuto la capacità di essere vicino agli uomini, svolgendo il suo ministero da «buon pastore», sul modello di Cristo, e dando a tutti noi un «eroico esempio».
Dal modello di don Puglisi è derivato un invito pressante, rivolto a tutti i presbiteri e ai consacrati, a volte tentati da un attivismo che li spinge a trascurare Dio per essere più disponibili nei confronti della gente: in realtà, ha detto il Santo Padre con fermezza, i preti devono essere innanzi tutto «uomini di preghiera», anzi «maestri di preghiera» verso i loro fedeli. Solo curando questa dimensione verticale essi realizzeranno coerentemente quella orizzontale dell'impegno nella società. Il sacerdote non può non farsi coinvolgere dalle preoccupazioni della gente, «ma deve farlo da sacerdote». Appunto, come don Pino.
Ai giovani, in piazza Politeama, il Papa ha raccomandato di essere uniti e perseveranti: «Insieme sarete come una foresta che cresce, forse silenziosa, ma capace di dare frutto, di portare vita e di rinnovare in modo profondo la vostra terra».
Il filo conduttore del messaggio di Benedetto nella nostra città, pur nel diverso contesto dei suoi diversi incontri, è stato in definitiva il primato di ciò che è profondo e che unisce a Dio - la fede, la preghiera, la calma speranza che persevera -, dunque della conversione personale, non per fuggire dalle difficoltà della realtà sociale, economica, politica e culturale, ma per potervisi impegnare fino in fondo con maggiore coerenza ed efficacia. Non si tratta di scegliere tra la fedeltà a Dio e quella all'uomo, perché solo dalla prima può scaturire, in tutta la sua forza, la seconda.

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