Auto e le deroghe al contratto nazionale

È stata una settimana da dimenticare per la Fiom. Una dopo l'altra ha dovuto incassare sconfitte brucianti. Una dal giudice del lavoro di Melfi che ha respinto il ricorso contro la Fiat. L'altra dai colleghi sindacalisti. Cisl e Uil, infatti, hanno accettato le deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici in una misura ancora più vasta del previsto.
Non ci sarà un accordo separato per l'auto ma le modifiche riguarderanno tutte le industrie meccaniche. Insomma il contratto nazionale, come tale, non esiste più. Un fatto assolutamente rivoluzionario nella storia delle relazioni industriali in Italia. Un risultato cui non è di certo estraneo il massimalismo della Fiom. La tattica della contrapposizione totale non è stata finora un successo.
Lo stesso ricorso al giudice del lavoro era assolutamente impresentabile. Voleva stabilire il concetto che il giudice può anche ordinare per sentenza l'organizzazione del lavoro in fabbrica. Secondo la Fiom il magistrato doveva imporre alla Fiat, oltre all'obbligo di reintegrare i tre operai di Melfi licenziati, anche quello rimetterli alla catena di montaggio. Un po' troppo. Scrive il magistrato in «legalese». La richiesta «costituisce tentativo, che oltrepassando i limiti dell'analogia, si caratterizza per essere un'iniziativa creativa e di politica legislativa, inibita all'ordine giudiziario». La Fiom ha subito annunciato ricorso. A quanto pare ha scoperto la via giudiziaria alla soluzione delle vertenze. L'ala radicale della Cgil continua a guardare al passato. Ad un mondo fatto di comportamenti rigidi, di regole di bronzo, di rifiuto totale delle novità. Come se l'Italia fosse un'isola felice nel mondo della competizione globale. La strada migliore verso il declino. Cisl e Uil l'hanno capito. Hanno raggiunto un accordo sulle deroghe al contratto nazionale che sostanzialmente lo abolisce. «È uno strappo democratico gravissimo», tuona Maurizio Landini, il segretario nazionale della Fiom. Strano modo di intendere le cose. Non il confronto dialettico, ma l'anatema. Una fede talebana nella fabbrica perfetta in cui esistono solo i diritti dei lavoratori. Nessun accenno, però, al capitolo dei doveri. Nessuna considerazione che nella fabbrica perfetta immaginata dalla Fiom restano i diritti. Il lavoro invece va via perché gli odiati padroni vanno a ingaggiarlo altrove.

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