La drammatica ribellione di Norman

Caro Rettore le scrivo, dopo aver meditato un attimo sul suo intervento nella rubrica «Io penso che» del Giornale di Sicilia.
La struttura narrativa del suo intervento è impeccabile, impeccabile è anche la cifra stilistica. Globalmente concordo con lei su ampi stralci della sua analisi, capisco anche la sua complessiva difesa d'ufficio dell'Università che si legge fra le pieghe, ma voglio ricordarle alcune cose.
1) Attendo da lei un appuntamento per parlare serenamente dell'accaduto, secondo le sue stesse parole: ogni discussione sarà serena, glielo garantisco, anche se il mio animo è ormai un sudario di lacrime e sangue.
2) Attendo ancora che qualcosa si muova per intitolare un'aula di Lettere a mio figlio, come da lei riferito a caldo agli organi di informazione.
3) E attendo - ahimé - che venga assegnato il dottorato alla memoria di Norman: un dottorato sudato e strameritato, di fatto concluso.
4) Le chiedo infine, ufficialmente, di organizzare una manifestazione, un evento, da reiterare annualmente, alla memoria del mio povero figliolo.

Io l’ho sempre stimata, Magnifico, che lei mi creda o no, i miei strali non sono stati indirizzati contro di lei in prima persona, mi creda, ma contro un sistema baronale che c'è ed è tracimante nelle sue dinamiche. Inutile tentare di nascondere il Sole con la rete. Certo però, che quanto meno al funerale di mio figlio lei avrebbe potuto presenziare, le pare? Ma mi dica, sinceramente, i potentati familiari dentro gli atenei, compreso quello di Palermo, sono sterili elucubrazioni mentali, scandalismi giornalistici, o motivi ulteriori per puntare il dito, come ho fatto io? No, non mi risponda, non ho nessuna intenzione di metterla in imbarazzo. Ma cinque persone - dico cinque - che dentro una Facoltà si chiamano allo stesso modo, è un'anomalia o il mio dito puntato è solo il gesto di un padre addolorato (anche in questo caso, la prego, non mi risponda)? Sa quanti padri, figli, nipoti e nuore dello stesso ceppo familiare sono «bravi ricercatori» nel nostro Ateneo? E sa invece quanti altri Norman - al quale è stata negata ogni pur minima considerazione - vi sono? Mio figlio, cresciuto nei valori di Falcone e Borsellino, non era un bamboccione, non cercava il posto a tremila euro al mese, egli desiderava ardentemente che ci si accorgesse di lui, delle sue qualità incontrovertibili, della sua ricerca, seria, a milleduecento euro al mese (mi pare siano queste le cifre per un assegno di ricerca, mi corregga, comunque, se sbaglio).
Ultima cosa: non vi sono «altre circostanze personali a noi ignote» nel gesto di mio figlio. Era una ragazzo sano, studiava otto ore al giorno, suonava e componeva musiche negli intervalli, le domeniche e i prefestivi piantava ombrelloni per 25 euro, aveva una famiglia senza problemi di disagio sociale, era diventato anche giornalista e voleva dedicarsi alle inchieste. No, caro Rettore, «circostanze ignote» non ve ne sono. Il suo è stato un gesto simbolico lacerante ed esplosivo, purtroppo nato dalla rabbia di vedere troppe cose che non vanno per come dovrebbero (gliele riferirò in privato), un po' come il «macchinista-ferroviere» della canzone «La locomotiva» di Guccini.
La sua è stata ribellione pura, idealità e consapevolezza filosofica. E mi creda, lo avrei preferito meno cervello pensante e un po' più pirla, a quest'ora potrei ancora abbracciarlo, e non piangerlo ogni notte. Quelle notti insonni, regolarmente insonni, che ormai mi accompagnano nella mia quotidianità di dolore, sentimento d'impotenza e strazianti ricordi. Con chi parlerò ancora di sistemi filosofici, giornalismo d'inchiesta o di alcuni adagi musicali?

* l’autore è il padre di Norman, il ricercatore morto suicida nelle scorse settimane

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