Il caso Fini: un rischio per tutto il Paese

Mettiamo in fila i fatti. 1) Il cognato del presidente della Camera, leader di An e cofondatore del Pdl, è affittuario di un appartamento di Montecarlo donato ad An da una fedele elettrice e venduto a una società con sede in un paradiso fiscale a un prezzo oggettivamente troppo modesto. 2) Due giornali di destra, di cui uno del fratello del presidente del Consiglio, martellano il presidente della Camera per due mesi sospettando che dietro l'intera operazione ci sia la stessa mano, intesa a favorire il cognato del presidente della Camera. 3) Il ministro della Giustizia di Santa Lucia, sede delle due società off shore costituite nello stesso giorno e nelle cui mani è passato l'appartamento prima dell'affitto a Giancarlo Tulliani, conferma al giornale ideologicamente più lontano dal governo («Il fatto quotidiano») l'autenticità di una lettera secondo cui Tulliani sarebbe locatario e locatore della casa. Ieri sera lo ha ripetuto in forma ufficiale. 4) Gli amici del presidente della Camera accusano il presidente del Consiglio di aver mosso servizi e apparati dello Stato e di altri paesi per incastrare con documenti falsi il presidente della Camera, che pertanto sarebbe vittima di una gigantesca calunnia. 5) La presidenza del Consiglio, la Guardia di Finanza e i servizi segreti respingono indignati qualunque illazione. 6) Il presidente della Camera annuncia un video messaggio per fare (auspicabilmente) chiarezza su questa vicenda.



Con una battuta d'altri tempi, si direbbe che la situazione è grave - anzi, gravissima - ma non seria. Ma poiché è grave, rischia di trascinare il Paese in un vicolo senza uscita. È impensabile che Fini e Berlusconi possano a questo punto trovare una qualsiasi forma di conciliazione o almeno di convivenza. Fini si trova a un bivio. Se i documenti diffusi in questi giorni sono falsi, c'è stato un oggettivo attentato alle istituzioni del Paese e il gruppo di parlamentari che, per convinzione o per amicizia, gli è rimasto fedele gli si stringerà ancor più a fianco. Se invece i documenti sono veri, come risulterebbe dalla dichiarazione di ieri sera del ministro di Santa Lucia, è possibile che l'oggettiva difficoltà nella quale si troverebbe il presidente della Camera possa portare a qualche defezione.



È difficile in ogni caso che Berlusconi possa governare con una maggioranza risicata e soggetta agli umori dei partiti più piccoli. Ed è difficile che egli accetti di lasciare la sua sorte giudiziaria in balia degli eventi, temendo la consueta mannaia della Corte costituzionale sul legittimo impedimento (14 dicembre) e sapendo bene che il tribunale di Milano, a proposito del processo Mills, interpreterà in modo restrittivo la «corruzione susseguente» (una persona si comporta in un certo modo senza aver chiesto o ricevuto una promessa di denaro e riceverà una elargizione molto dopo la sua deposizione). Il centrodestra cercherà sul logo Alfano «costituzionale» l'appoggio dell'Udc accettando le richieste che furono avanzate a suo tempo dall'attuale vice presidente del Csm Michele Vietti. E bisognerà vedere se la rottura del dialogo tra l'avvocato di Berlusconi, Ghedini, e l'avvocato di Fini, Bongiorno porterà a un definitivo ritiro dell'appoggio promesso dai finiani.



È insomma molto difficile ricomporre il puzzle, mentre il Paese ha un disperato bisogno di governo. E nel centrodestra non si è affatto convinti che il presidente della Repubblica conceda subito le elezioni, rinunciando a quel governo tecnico che - con una maggioranza diversa da quella uscita dalle elezioni del 2008 - rischierebbe di scontrarsi con la «piazza» promessa da Bossi. Stiamo insomma vivendo alla giornata. Anzi, ora per ora. E questo, a memoria di chi scrive, non era mai accaduto.

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