Sicilia, Editoriali

Livatino, la sua morte sia una lezione per tutti

Ricordando Rosario Livatino, a vent'anni dal suo massacro ad opera della mafia e per mano di giovanissimi e spietati killer di quella organizzazione, mi si affollano in mente ricordi e considerazioni, tutte amare e sconfortanti.
I ricordi riguardano la "trincea" costituita all'epoca dalla disastrata giustizia che ad Agrigento tentava di opporsi alle diverse organizzazioni mafiose (la tradizionale Cosa Nostra e la Stidda) che in quel periodo si contendevano, a colpi di kalashnikov e pistole, il predominio del territorio per cercare il monopolio delle attività criminose tipiche di tali organizzazioni.
Rosario fu vittima di queste cruente tensioni, perché da parte di taluni si fece passare la sconsiderata idea che egli si accaniva contro una parte a beneficio dell'altra.
In verità, lui, con estremo rigore professionale, aveva intuito che bisognava lavorare sia sul fronte del processo ordinario penale, mediante la ricerca rigorosa delle prove, per assicurare processi validi che portassero a pesanti condanne, sia sul piano delle misure di prevenzione, personali e patrimoniali, che impoverissero i componenti delle organizzazioni e ne minassero il potere di controllo della asfittica economia locale. E fece scuola proprio in materia di misure di prevenzione.
I ricordi diventano ancora brucianti, quando si soffermano sulla affollata e drammatica assemblea dell'Anm, proprio nei giorni immediatamente successivi all'assassinio di Rosario; alle polemiche sulle sconsiderate parole del presidente Cossiga sui giudici ragazzini, ed alla rabbia che esse suscitarono nei magistrati presenti, consapevoli di lavorare con convinta determinazione per uno Stato che non riusciva a essere realmente partecipe dei rischi e dell'isolamento in cui si svolgevano le attività giudiziarie in terra di mafia.
Le considerazioni, come detto altrettanto amare, riguardano la assoluta convinzione che, all'epoca dell'omicidio Livatino (1990), le Istituzioni non avevano imparato nulla dalla storia recente e malgrado gli assassini di numerosi altri magistrati, ultimi dei quali ricordiamo Giangiacomo Ciaccio Montalto (ucciso a Valderice il 25 gennaio 1983) ed Antonino Saetta (ucciso il 25 settembre 1988). Faccio i nomi di queste due vittime della mafia, non perché non ricordi, con rinnovato dolore, le altre innumerevoli vittime, ma solo perché a mio modo di vedere emergono delle sinistre analogie tra l'omicidio Livatino e quelli di Ciaccio Montalto e Saetta.
Erano tutti magistrati di "provincia", impegnati con passione e dedizione al loro lavoro e sono stati brutalmente ammazzati in assoluta solitudine, a seguito di agguati "facili", per i quali i mafiosi non hanno dovuto dispiegare alcun difficoltoso piano criminoso; non autobombe per strada che seminassero morti e distruzioni, non tritolo sotto la sede stradale, non agguati militari per sopraffare le difese della vittima, semplicemente due o tre persone su una macchina o una moto e qualche colpo di pistola.
La drammatica e breve fuga di Rosario Livatino per le campagne è lo struggente segnale della sua fragile posizione di fronte ai killers. Ebbene di fronte a tali recenti precedenti nessuno seppe pensare che anche Rosario potesse avere bisogno di un minimo di protezione, aleggiano ancora oggi sensazioni di gravissime colpe omissive da parte di chi aveva il dovere di pensare a proteggere i magistrati esposti a rischio, non solo a Palermo, ma dovunque, in tutti quei territori in cui la pressione mafiosa era ed è particolarmente opprimente, come certamente era ad Agrigento in quel 1990.
Altra analogia che esiste tra i casi Ciaccio Montalto, Saetta e Livatino consiste nel fatto che, all'esito dei processi ormai chiusi in tutti i gradi di giudizio, sembra che le responsabilità e la matrice degli omicidi sia esclusivamente mafiosa, non sono emerse oscure trame che possano fare pensare a sinistre compartecipazioni "esterne". Semplicemente in quei casi la mafia aveva interesse a fermare quei tre magistrati, e lo ha fatto nel più semplice dei modi. Se questo è vero significa che in terra di mafia, in passato come ai giorni nostri, l'attenzione degli organi preposti alla sicurezza deve sempre tenere presente che quando la pressione investigativa e giudiziaria si fa particolarmente pressante ed arriva a mettere seriamente a repentaglio gli interessi mafiosi, (siano essi di natura economica che politica), l'organizzazione potrà sempre scegliere di tornare all'uso della "lupara e del tritolo" ( o anche semplicemente di una pistola), per sopprimere quei singoli magistrati che, magari fuori dalla ribalta della notorietà, essa riconosce come più attenti e capaci e quindi pericolosi.
Purtroppo non credo che, allo stato degli atti, si possa ritenere che la mafia abbia definitivamente deposto le armi e che la sua politica della sommersione si possa ritenere irreversibile, se è vero, come pare essere vero, che ancora oggi taluni esponenti di spicco dell'organizzazione non sarebbero alieni dal tornare alla politica dello scontro diretto e violento contro rappresentanti della Stato, come sembra emergere da recenti esiti investigativi.
Che la morte dei Ciaccio Montalto, dei Saetta dei Livatino serva almeno per affinare le menti dei responsabili della sicurezza per evitare soluzioni liquidatorie, in nome di una fantasiosa ed irreale prossima sconfitta di Cosa Nostra, e per razionalizzare tutte le risorse disponibili al fine di garantire sicurezza e serenità di lavoro a chi è impegnato ancora nelle indagini e nei processi di mafia.

* Procuratore aggiunto della Dda di Palermo

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