Quei militari italiani morti per la pace

Il trentesimo militare italiano, il tenente Alessandro Romani, è caduto in combattimento contro i talebani nella zona di Bakwa, nella provincia di Farah. L'ufficiale del Col. Moschin, facente parte della Task Force 45, una unità speciale sotto comando NATO per la ricerca dei terroristi in Afghanistan, era intervenuto con un altro paracadutista su segnalazione di un Predator (aereo senza pilota per la ricognizione del territorio) contro alcuni talebani intenti a posizionare l'ennesimo ordigno esplosivo ai bordi della rotabile solitamente percorsa dai mezzi della coalizione. Appena sbarcati da un CH-47, scortato da due elicotteri Mangusta, i nostri militari sono stati subito raggiunti da colpi d'arma da fuoco: il tenente Romani purtroppo è stato ferito a morte, mentre il caporale Rapisarda, anch'egli ferito, ce la farà. I Mangusta hanno risposto al fuoco distruggendo la base terroristica da dove è partita l'azione di fuoco. L'agguato ai nostri militari ha coinciso con le elezioni legislative che avrebbero dovuto dimostrare una crescita democratica dell'Afghanistan e che invece sono state funestate da una serie di gravi attentati ad Herat e nel distretto di Shindand a danno di inermi cittadini e contro un camion che trasportava schede elettorali: 8 i morti e 20 i feriti. Un razzo ha anche colpito una delle nostre basi senza provocare, per fortuna, perdite. Al termine di un'altra giornata di lutto e di dolore, un C130 dell'Aeronautica Militare, alle 14 di ieri, ha riportato in patria le spoglie del nostro valoroso ufficiale. Roma e tutto il Paese piange il tenente Romani caduto nell'adempimento del dovere, come gli altri 29 soldati che hanno sacrificato la loro giovane vita per la pacificazione dell'Afghanistan. Il cerimoniale prevede i funerali di Stato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, alla presenza delle più alte cariche dello Stato e della famiglia, affranta dal dolore ma circondata dall'affetto di tutti i romani e del popolo italiano. L'ennesimo agguato che dimostra come sia ancora lunga la strada della pacificazione e la fine della violenza. Sono trascorsi ben nove anni da quel 7 ottobre del 2001 quando, dopo l'ultimatum di Bush ai talebani - perché consegnassero Bin Laden e i capi del terrorismo ritenuti i responsabili della strage alle Torri di New York - gli Stati Uniti e la Gran Bretagna attaccarono l'Afghanistan occupando, il 12 novembre successivo, Kabul. Ebbe così inizio l'operazione Enduring Freedom affiancata, il 20 dicembre successivo, dalla missione ISAF di sostegno al governo filo-occidentale di Karzai. Una missione di pace, voluta dall'ONU, con la partecipazione anche del nostro Paese. Un mandato che però, ben presto, ha assunto le caratteristiche di una poderosa operazione militare di contro guerriglia verso i talebani sostenuti da Al Qaeda, nemico numero uno degli Stati Uniti e dell'occidente.
Una vera guerra asimmetrica e verticale con gravi perdite di vite umane - militari della coalizione e civili - durante la quale la guerriglia talebana non è stata sconfitta ma, al contrario, sembra essere tornata a controllare buona parte del paese. L'esperienza sovietica evidentemente non è servita molto agli Stati Uniti: l'Afghanistan non è stato mai dominato neanche dal colonialismo inglese e, nella sua non breve storia, ha conosciuto in prevalenza solo violenza. Bin Laden, autore di svariate stragi - dalle due torri di New York alle metropolitane di Madrid e di Londra, dall'Egitto all'India - capo indiscusso di Al Qaeda, è tuttora uccel di bosco, malgrado sia ricercato da tutti i servizi di sicurezza. Sembra che si nasconda nelle impervie zone di montagna al confine con il Pakistan, da dove la guerriglia talebana, ben tollerata - per non dire appoggiata - dal governo pakistano, parte ogni giorno per portare morte e distruzione nel territorio afghano. L'amministrazione Obama, come quella di Bush, non è riuscita ancora a catturarlo e, dopo il previsto ritiro dall'Iraq, cerca ora una soluzione strategica e politica per uscire dal pantano afghano. Ma sono in molti gli osservatori di strategia globale che si chiedono: cosa sarà dell'Afghanistan se dovesse essere lasciato al suo destino, nelle mani dei fondamentalisti? A cosa sarebbe servita la missione di pace ISAF e Enduring Freedom? Gli Stati Uniti subirebbero la stessa sorte dell'Unione Sovietica che persero "inutilmente" in Afghanistan 15 mila soldati? Ipotesi che auspichiamo possano essere non realistiche; se ciò dovesse avvenire l'occidente potrebbe essere chiamato a vivere una nuova e più grave stagione del terrore. Al Qaeda si sentirebbe il vero vincitore dell'occidente e il fondamentalismo islamico - piaccia o non piaccia - sarebbe più forte di prima con le conseguenze che non osiamo immaginare.
Lo sa bene il comandante delle forze americane in Afghanistan, Generale Petraeus, che è alla ricerca di un successo militare sul campo per poi consentire al presidente Obama di trovare una soluzione politica che possa porre fine, come in Iraq, alla presenza militare americana e occidentale nel Paese, affidando la sicurezza alle sole forze armate afghane. A distanza di nove anni, dopo tanti sanguinosi attentati e tante vittime civili e militari, l'occidente deve prendere atto, purtroppo, che la sconfitta dei talebani e di Al Qaeda è ancora assai lontana, ma malgrado ciò deve evitare che il terrore, oramai radicato in Somalia, in Afghanistan, in Iraq, in Medioriente, dilaghi in altre aree dove prosperano il degrado e la instabilità politica, humus perfetto per l'insorgere e il proliferare del seme della violenza. La soluzione della difficile situazione di instabilità sociale e politica, nelle aree di crisi, non può essere solo una soluzione militare, peraltro assai difficile da trovare. Le armi devono, prima o poi, lasciare il posto alla diplomazia e alla politica per non ripetere le esperienze negative dell'URSS in Afganistan e degli Stati Uniti in Vietnam. Vanno invece rimosse, con pazienza e lungimiranza diplomatica, le cause della violenza che si annidano nel degrado e nelle ingiustizie sociali a livello mondiale. La pacificazione dell'Afghanistan passa attraverso la sconfitta politica del terrorismo abbattendone le cause sociali che lo hanno provocato e fatto proliferare. La via da percorrere è lunga e difficile, ma va affrontata con decisione e lungimiranza per far sì che il sacrificio del tenente Romani, degli altri 29 caduti italiani e di tutte le vittime della guerriglia non sia stato inutile.
fondi@gds.it

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