L’Europa e la “guerra” contro i rom

La «guerra europea» per i rom era scontata. In un certo senso dobbiamo ringraziare Nicolas Sarkozy che l'ha fatta scoppiare. Certo, da parte francese non sono mancati eccessi nel trasferire in Romania centinaia di immigrati di etnia rom. Ma il risultato più significativo è che, finalmente, se ne parla, anche se polemicamente. La commissaria alla Giustizia Viviane Reding ha criticato aspramente il presidente francese, difeso, invece, da Silvio Berlusconi. Quanto la materia sia scottante lo conferma il fatto che da troppo tempo si esprimono critiche a questo o quel paese ma non si affronta mai seriamente la politica globale europea dell'immigrazione e dell'integrazione. Una discussione vera e organica, al di là dell'affermazione di principi sul rifiuto del razzismo e della xenofobia, viene rinviata continuamente. Col risultato, tutt'altro che positivo, che ogni paese si arrangia come può, cercando di rispettare i principi della libera circolazione dei cittadini nello spazio europeo. Ma nell'aprile 2011 è previsto l'ingresso nell'area Schengen della Romania, la quale non vuole essere penalizzata «dall'inclusione sociale dei rom». Infatti, il ministro dell'Interno di questo paese, Vasile Blaga, ha dichiarato che «la Romania dovrà rispettare la direttiva europea: se uno non ha i mezzi di sussistenza dopo 90 giorni, qualsiasi Stato membro lo può rimandare a casa». In pratica ha dato ragione a Sarkozy. La stessa Romania (dove risiedono più di due milioni di rom e da dove parte la maggior parte degli immigrati) non è mai stata un modello di integrazione: non è riuscita, neppure ai tempi di Ceausescu, a realizzare una civile convivenza fra le diverse etnie. Le comunità rom hanno sempre subito ostracismi, discriminazioni e persino persecuzioni dai loro connazionali romeni (anche in tempi recenti, campi dati alle fiamme), come si può pretendere dunque che, senza una adeguata politica di integrazione (che veda coinvolte attivamente non solo le istituzioni locali ma anche le stesse comunità di immigrati), si possa realizzare una integrazione nei paesi Ue con le popolazioni locali?
L'esodo incentivato in Francia (ma anche in Italia) continua, anche se certo questa politica non potrà essere risolutiva. Quasi sempre i rom, intascate le 300 euro, ritornano: vanno in altri paesi europei, che già vivono un'emergenza immigrati, riproponendo gli stessi problemi sociali della Francia, dell'Italia e ora anche della Spagna. Non bastano le ripetute affermazioni di Manuel Barroso, presidente della Commissione Ue, sul rispetto dei diritti delle minoranze etniche. E non basta una procedura di infrazione nei confronti della Francia, come ha minacciato la signora Reding. È necessario che Bruxelles affronti l'intera questione in modo organico. Infatti, come ha osservato Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, «i rimpatri di cittadini Ue di origine rom sono ormai una prassi diffusa in molti paesi, tra cui Francia, Italia, Danimarca e Svezia, ma questa politica non offre alcun tipo di soluzione ai problemi reali di queste persone». E non offre, in prospettiva, neppure l'avvio di una integrazione, che rappresenta comunque la speranza di sei milioni di rom esistenti in Europa.
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