Sicilia, Editoriali

Padre Puglisi punto di svolta per la Chiesa

La sera del 15 settembre 1993 un proiettile di mafia sparato alla nuca spegneva la vita di uno sconosciuto sacerdote di periferia a Palermo. Quel colpo di pistola ha segnato un pezzo di storia della società civile e della Chiesa. Decine di strade, piazze, scuole, centri giovanili, portano in tutta Italia il nome di don Giuseppe Puglisi. Su di lui sono stati realizzati due film (di Roberto Faenza e Gianfranco Albano) e uno spettacolo teatrale (in scena al Biondo con testo di Mario Luzi). Commemorazioni si sono svolte anche all'estero, persino in Australia.
Il piccolo parroco di Brancaccio è stato citato più volte da Giovanni Paolo II in discorsi ufficiali come "testimone del Vangelo" e durante il Giubileo il suo nome è stato incluso tra quelli degli uomini che hanno fatto la storia della Chiesa nel Novecento.
Eppure, due aspetti del "caso Puglisi" destano ancora il senso del mistero, dell'incompiutezza, di un percorso non-finito.
In primo luogo: i processi penali si sono conclusi con condanne definitive per mandanti (i boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano) ed esecutori. Ma in sede di istruttoria non è stata sviluppata l'ipotesi di un movente molto più ampio del "disturbo" che il sacerdote arrecava agli interessi della cosca nel quartiere.
Lo stesso gruppo di fuoco che ha piazzato il tritolo in giro per l'Italia nell'estate del '93 è stato condannato per il delitto Puglisi. E tra i bersagli di quella stagione ci furono anche due chiese a Roma. Secondo diversi collaboratori di giustizia, la mafia intendeva "dare una lezione" a Giovanni Paolo II per il suo discorso nella Valle dei Templi (maggio '93).
E, dopo aver colpito con l'esplosivo a Roma, il 15 settembre - per una convergenza di interessi - si decise di eliminare l'inerme parroco che operava proprio a Brancaccio, dov'era la testa del serpente. L'omicidio non va quindi ridotto a una storia di quartiere, a una vendetta privata, ma inquadrato nel complesso periodo del '92-'93: per la prima volta nella storia, anche la Chiesa era diventata un bersaglio della mafia.
Il secondo aspetto del "caso Puglisi" riguarda la mancata conclusione della causa di riconoscimento del martirio. Potrebbe sembrare un problema esclusivamente ecclesiale e invece questo percorso incompiuto si presta a una riflessione coinvolgente per tutti. Il "processo" è iniziato nel '98, la parte diocesana si è conclusa nel 2001. Da allora le carte giacciono presso la Congregazione vaticana.
Due i dubbi fondamentali in attesa di essere risolti. È provato che don Puglisi venne ucciso "in odium fidei", per odio alla fede? E si può configurare il martirio se gli assassini non sono infedeli, anzi sono battezzati e si dicono rispettosi della Chiesa?
Come si intuisce, il problema nasce dal voler applicare lo schema tradizionale (è martire il missionario trucidato in Paesi lontani, "in partibus infidelium") a una vicenda di scottante attualità che richiede invece uno scarto, un ampliamento della visuale. E d'altronde una tale "eccezione" è già stata ammessa di recente, come nel caso delle vittime di ideologie totalitarie quali il nazismo (ad esempio, per il sacrificio di Massimiliano Kolbe).
A fine giugno, a Palermo, tredici associazioni cattoliche hanno scritto una lettera a Benedetto XVI sulla questione.
Da allora le adesioni sono cresciute, arrivando a una trentina, più numerose sottoscrizioni di singoli (il testo completo su www.padrepinopuglisi.it, le iscrizioni sono ancora aperte). La lettera sollecita il riconoscimento del martirio perché "la fedeltà a Cristo e al suo Vangelo segnò la condanna a morte di don Puglisi... il riconoscimento ecclesiale di questo martirio ha valore di segno, raccontare della morte di un uomo che non ha piegato la testa al potere mafioso per fedeltà a Cristo annunzia con linguaggio propriamente ecclesiale che l'unica signoria nella storia è quella di Gesù Crocifisso".
Nel '94 i vescovi siciliani scrissero con splendida chiarezza che "la mafia appartiene, senza possibilità di eccezione, al regno del peccato e fa dei suoi operatori altrettanti operai del Maligno". Mafia e Vangelo sono incompatibili. In uno straordinario documento del febbraio 2010 sul Mezzogiorno, anche i vescovi italiani hanno citato due volte don Puglisi sottolineando come "la resistenza alla mafia sia stata il crocevia, bagnato dal sangue, di un anelito alla giustizia e alla santità".
Il significato del martirio di don Puglisi all'inizio era nella consapevolezza di pochi che lo avevano conosciuto direttamente. Poi, lentamente, è diventato il comune sentire di molti.
Il Papa sarà a Palermo il 3 ottobre. Una sua riflessione su don Puglisi è attesa con speranza dalla Sicilia. Neanche il Pontefice può intervenire direttamente sulla Congregazione per le cause dei Santi. Ma un suo pensiero - riprendendo le parole di Giovanni Paolo II del '93 - sul tema della mafia può spazzare via tanti, residui dubbi teologici.
L'accertamento di questo martirio è quindi una prova di maturazione e crescita per la stessa Chiesa, un punto di svolta. Se don Puglisi verrà riconosciuto come martire, tutti i mafiosi saranno - finalmente - gettati fuori dal Tempio, occupato abusivamente e subdolamente con tanto di santini bruciati e bibbie del padrino. Vorrà dire applicare concretamente il principio, già espresso nei documenti, che mafia e Vangelo sono incompatibili. Riscattando nel sangue di don Puglisi un passato dove non si possono negare le sottovalutazioni e le mancate denunce.
Il martirio si definisce anche come un "dono di Dio" alla comunità che lo riceve. Appare chiaro, allora, qual è il dono portato da don Puglisi a Palermo: è questa svolta di portata storica per la Chiesa siciliana e, di riflesso, per tutta la società.
fondi@gds.it

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