Come far rinascere gli atenei

Con la fine dell'estate volge al termine il maggior tempo dedicato alla lettura. Leggere è come conversare con uomini d'altri secoli, arricchendosi dell'opinione di personalità più sagge di noi. A che serve la cultura storica? A intendere il presente sempre dinamico nella sua origine, secondo verità, con animo da scolaro, accogliendo con riguardo l'esperienza mentale del passato. Questa trasmissione di patrimonio diviene momento riproduttivo del sapere fra le generazioni.
La mia ricerca estiva è nata dalla riflessione amara e malinconica sulla situazione crepuscolare del sistema accademico in Italia: posizione marginale nelle classifiche internazionali; molte università sull'orlo del fallimento; depauperamento dei livelli di studio; multiple e inutili sedi decentrate, talune campaniliste e di nessun valore, con una docenza liquida; provincialismo e isolamento; situazione drammatica dei giovani studiosi, anche per fenomeni di nepotismo e carenza di meritocrazia; assenza di valutazioni, che possono produrre in atenei senza qualità laureati scadenti. Quelli che Gaetano Salvemini - patriota antifascista, allontanato dalla cattedra, esule negli USA, docente ad Harvard - definiva i dottori «Cocò»: sia per la sua consueta schiettezza derivante da rigore morale, sia per il confronto con i severi studi anglosassoni. Qualcuno parla di sistema universitario statale italiano tecnicamente in dissesto, in quanto in molta parte improduttivo e ingessato. Nel senso che è privo dei sensori attraverso i quali, in tempo reale, queste istituzioni di alta formazione siano capaci di adeguarsi ai grandiosi mutamenti del mondo contemporaneo, attraverso i necessari aggiornamenti e correzioni.
Il tragitto lungo, senza agenda perentoria, del testo di legge Gelmini - quasi un tranquillo invecchiamento in cantina - permette qualche riflessione più distaccata e serena. Ho cercato di capire se - malgrado l'esigenza di adeguamenti, innovazioni, miglioramenti - si possano desumere principi strutturali costanti del sistema universitario e dell'alta formazione e valori non negoziabili che trascendano la contingenza dei tempi. Veri e propri pre-requisiti sui quali costruire una buona riforma, che da tutti è riconosciuta necessaria.
Occorrono forti provvedimenti e non cerotti. Risvegli è il famoso libro di Oliver Sacks, che racconta le attività dopo decenni di sonno. È certamente un ravvivarsi la recente e meritevole iniziativa del nostro ateneo di dare una pagella, una specie di patente a punti ai professori, anche sulla base del gradimento degli studenti.
Una rivisitazione dei maestri di regola intellettuale - verso i quali il nostro debito è grande - con analisi del loro pensiero sull'essenza e sui fini dell'università: Kant, Leibniz, Croce, Einaudi, Spadolini. Lo scopo non è una inerte nostalgia, ma l'analisi - fondata sulla continuità - del mondo com'è oggi, per trovare le risposte giuste.
Si resta meravigliati dall'attualità dei loro concetti e dalla capacità di analizzare il groviglio dei problemi, formulando principi ancor oggi validi. Faremo una sintesi di tali idee-forza, che condividiamo, riportandone brani ma senza riferimenti, per mantenere il carattere volutamente discorsivo di questo editoriale.
La realtà accademica è molteplice e polivalente, con sfumature e complessità che devono essere interpretate con atteggiamento obiettivo e con indagine rigorosa, senza passioni o emozioni.
L'Università è una specie di corpo scientifico, con tanti professori quante sono le branche della scienza, che deve avere la propria autonomia, poiché solo i sapienti indipendenti possono giudicare come tali. È un grande istituto economico ai fini del sapere, capace di equilibrare la compatibilità tra interessi individuali e collettivi. Centro di amministrazione dell'universo scibile, con legittimazione e consegna a tempi posteriori del patrimonio intellettuale dell'uomo.
Resta l'ammonimento universale che la ricerca - teorica e scientifica - deve essere non subordinata alla politica, indipendente dallo Stato e ad esso superiore. Per due motivi. La libertà di ricerca riguarda il sacro diritto che ha l'uomo di coltivare il suo spirito. Inoltre dallo scavo dottrinale si elaborano gli stessi principi fondamentali eticopolitici, da cui dipende la vita dello Stato.
Chi ha anima di educatore fa bene a darsi all'insegnamento. Ma l'attività didattica va fatta con dedizione e con intensità, animate dal soffio della ragione e non disgiunte da etica della responsabilità. La lezione non deve trasmettere solo dottrina, ma impegno civile in cui è profondo l'interesse per l'uomo, le sue idee, i suoi valori.
Da anni è divenuta pervasiva una nuova ideologia - alimentata dalla tendenza dominante della democrazia d'opinione - trasversale agli schieramenti politici, per la quale l'università sarebbe fatta per gli studenti e non per gli studi.
Guru ammantati da presunto modernismo tecnocratico predicano disprezzo qualunquistico-anarcoide per la cultura ed egualitarismo senza doveri, auspicando corsi di laurea permissivi, per addomesticare lo studio. Si combatte, altresì, con accanimento ogni minimo approccio nozionistico e mnemonico, attraverso futili motivazioni psicologiche ed esistenziali. Modelli falsi e illusori che realizzano la deriva di una scuola impoverita.
Prevale solo l'acquisizione spasmodica del «pezzo di carta», magari attraverso raccomandazioni. Istruzione seria non è certo quella ricavabile da attestati cartacei di dubbia attendibilità, il cui valore è mutevole a seconda delle sedi dove sono stati rilasciati e la cui spendibilità può riservare amare sorprese.
La società sembra concentrata con avidità sul presente, rassegnata al decadimento della scuola e alla licealizzazione dell'università. Si deve, invece, contrapporre la capacità di adottare un'ottica di lungo periodo, che tenga conto dei diritti delle prossime generazioni. Bisogna saper leggere il futuro.
Studi intensi e rigorosi condizionano non solo la qualità della didattica, ma garantiranno anche la crescente competizione internazionale dell'alta formazione. Una scuola di tal tipo favorisce l'intelligenza e invigorisce le forze creatrici; gli ingegni veri si temprano nelle avversità, mentre la disciplina accresce l'amore per la libertà.
Questi gli ideali, alti, austeri e senza tempo trasmessi dai grandi uomini d'intelletto del passato. Soprattutto i tre precetti menzionati: valori imprescindibili dell'università, doveri e fini della docenza, scrupolo e severità negli studi. Cerchiamo che queste voci non vadano disperse.
Una vera classe dirigente non può ambire l'incultura. Il lassismo dei processi formativi mediocri spegne l'alacrità e la voglia di progettare l'avvenire. L'accantonamento del capitale umano è un disvalore. Per affrontare le competizioni nel mondo globale sono fondamentali la cultura e la competenza e non solo l'economia. L'obiettivo deve essere una formazione di qualità, per creare - in sinergia indissolubile con la ricerca scientifica - presidi culturali, vere e proprie «fabbriche di eccellenza», virando dal privilegio al merito. Per l'Italia di domani.
Il resto è illusione e chiacchiera vuota. Sovviene alla memoria il pungente e icastico commento di Benedetto Croce, riportato da Eugenio Scalfari, rispetto a idee prive di contenuto: «La cazzità, categoria dello spirito».

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