La "questione meridionale" e il Papa

Il 3 ottobre prossimo Benedetto XVI sarà a Palermo. Erano quindici anni che un Papa non metteva piede in Sicilia. Un vero evento, dunque. Di cui vale la pena considerare il contesto e comprendere il significato.  La visita del Santo Padre si svolgerà nella nostra città, ma vuol essere un gesto di paterna sollecitudine e un abbraccio affettuoso a tutte le Chiese della Sicilia e all'intera popolazione dell'Isola. Più in generale, essa assume un profondo significato per tutto il Mezzogiorno, in un momento in cui il divario e la tensione tra Nord e Sud sono prepotentemente ritornati alla ribalta e costituiscono uno dei temi dominanti della nostra vita politica.



Da molti anni sulla "questione meridionale" era sceso il silenzio. A emergere in primo piano, piuttosto, era stata quella che alcuni hanno denominato la "questione settentrionale", con l'affermarsi della Lega e i sempre più forti segnali di insofferenza da parte delle regioni del Nord. Per reazione a questa polarizzazione, negli ultimi mesi si è profilato sempre più accentuato un movimento, al tempo stesso culturale (si pensi al successo del libro di Pino Aprile Terroni) e politico (con il ricorrente discorso sul "partito del Sud"), che appare opposto e simmetrico al primo. In questa situazione, la Chiesa, che pure alle origini dell'unità d'Italia ne era stata una fiera oppositrice, sembra esserne divenuta la più autorevole garante. Fedele ai princìpi della sua Dottrina sociale, essa non si stanca di ricordare la necessità di accompagnare, all'istanza federalista, quella della solidarietà e della corresponsabilità nazionale, senza per questo rinunziare a pungolare il Sud perché metta in atto le condizioni per un serio sviluppo.



Va in questa direzione il recente documento della Conferenza Episcopale Italiana Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno (febbraio 2010) che, rompendo il silenzio dominante, ha preso atto del "perdurare del problema meridionale" e ha vigorosamente riproposto lo slogan "il Paese non crescerà, se non insieme". Smentendo le voci malevole che additano il Sud come una inutile e dispendiosa zavorra per lo sviluppo della nazione, i vescovi hanno insistito in quel messaggio su "le molteplici potenzialità delle regioni meridionali, che hanno contribuito allo sviluppo del Nord e che, soprattutto grazie ai giovani, rappresentano uno dei bacini più promettenti per la crescita dell'intero Paese" (n.1).



I vescovi italiani denunziano una deriva culturale che "ha fatto crescere l'egoismo, individuale e corporativo, un po' in tutta l'Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo" (n.5).
Non si tratta, però, di scaricare i meridionali di una responsabilità a cui solo loro possono far fronte, ma di aiutarli a valorizzare le loro migliori potenzialità. "Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale" (n.8). Ciò che serve, sottolineano i vescovi nel documento citato, è un "federalismo solidale", che stimoli le classi dirigenti del Sud ad assumersi le proprie responsabilità. In questo senso, esso "rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio", costringendo in qualche modo gli amministratori meridionali a "rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini" (n.8).



Non è questione solo di soldi: "Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno - dice il testo della CEI - non ha solo un carattere economico, ma rimanda inevitabilmente a una dimensione più profonda, che è di carattere etico, culturale e antropologico: ogni riduzione economicistica - specie se intesa unicamente come politica delle opere pubbliche - si è rivelata e si rivelerà sbagliata e perdente, se non perfino dannosa". E i vescovi menzionano, più specificamente, alcuni punti particolarmente delicati di questo quadro: "Cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell'illegalità" (n.16).
Questo lo sfondo in cui si svolge la visita del Sommo Pontefice.


Essa costituisce, a nome di tutta la Chiesa, un segno di solidarietà e di speranza nei confronti dei siciliani, ma anche l'appello a un profondo rinnovamento che deve avere le sue radici a livello culturale e umano, dunque anche spirituale. Ad essi Benedetto XVI viene a ricordare che la Chiesa, sull'esempio di padre Puglisi, intende battersi al loro fianco contro i mali che covano nella loro vita sociale e civile, e di cui può costituire un simbolo la criminalità mafiosa. In particolare, viene a richiamare i credenti alla loro responsabilità di battezzati e di cittadini, sia nella vita privata che in quella pubblica. E ciò non "in aggiunta" alla loro professione di fede, ma come espressione di questa professione nella vita quotidiana, là dove il vangelo dev'essere concretamente tradotto e vissuto nell'ambito della famiglia, del lavoro, della vita economica, sociale e civile. Perché, quando il Papa sarà ripartito, possa restare tra noi il lievito evangelico delle sue parole, a illuminare e sostenere lo sforzo di tutti, credenti e non credenti, nella costruzione di una città terrena finalmente degna dell'uomo.

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