I nodi della politica e i calcoli del Senatur

La febbre sale e non è colpa delle perturbazioni meteorologiche, è la politica che si surriscalda e fa aumentare la tensione. Ieri, conversando coi cronisti alla Camera, Umberto Bossi è tornato ai tempi delle invettive e del folclore, sotto i quali ha posto una dura posizione politica.
Vuole le elezioni al più presto e ha detto che se Silvio Berlusconi non si dimette potrebbe anche arrivare a votare la sfiducia al governo. E i finiani? Bossi non li teme e per esprimere la sua scarsa considerazione per Futuro e libertà è ricorso a una pernacchia che, dovrebbe saperlo, è un genere che ha il brevetto napoletano. Ma c’è poco da ridere: il ricorso ai rumoracci rientra nella degenerazione del linguaggio politico che affligge, in questi tempi di insulti, la nostra democrazia.
Bossi, dunque, ha fretta e non crede che le trattative prossime venture sui cinque punti del programma possano avere buon esito. E il federalismo? Il leader della Lega Nord ritiene probabilmente che le more del dibattito farebbero perdere troppo tempo, più di quanto verrebbe sottratto all’attività legislativa dalle elezioni e dalla formazione di un nuovo governo.
Bossi soprattutto conta su un possibile successo della Lega che, dopo i risultati ottenuti a Sud del Po eroderebbe, ne è convinto, i consensi del Pdl nell’Italia settentrionale.
Forse è un calcolo azzardato perché il Cavaliere ha dimostrato notevoli capacità di rimonta e di vittoria anche quando i suoi detrattori di mestiere lo davano per spacciato.
E tuttavia è proprio quel calcolo di rafforzamento che muove il leader della Lega. In caso di elezioni in tempi brevi ci sarebbero alcuni nodi da sciogliere anche per il Senatur: la Lega si presenterebbe da sola? Con l’attuale legge elettorale non dovrebbe comunque collegarsi al Pdl?
Le incognite sono tante, pure il centro è in movimento, ma l’ipotesi della fine anticipata della legislatura si va rafforzando.
Resta da chiedersi quali altre forze possano considerarsi tranquille in vista di un voto troppo vicino. Antonio Di Pietro fa il rodomonte, ma il Pd cerca di guadagnare tempo: a parole è pronto alla consultazione, ma preferirebbe non essere messo alla prova. Più o meno identica la posizione dei finiani, i quali non gradirebbero essere accusati di aver scardinato la maggioranza di centrodestra e di aver provocato le elezioni anzitempo in una fase in cui il Paese ha bisogno di lavorare contro la crisi senza lo shock di un’ennesima campagna elettorale. Non a caso proprio ieri Confindustria si è schierata contro il voto anticipato.
Tutti questi motivi impongono a Berlusconi decisioni rapide e chiare. Al di là del folklore leghista, il suo dovere - come il premier stesso ha sottolineato di sera - è riprendere la strada maestra del governo.

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