Una banca internazionale che guarda all’Isola Ecco il nuovo Banco di Sicilia

Lo storico istituto scomparirà a partire dall'1 novembre con la fusione in Unicredit di tutto il resto del gruppo. L’amministratore delegato Bertola: “Strutture più vicine al territorio”

Una banca «glocal»: molto internazionale ma con un forte radicamento sul territorio. È questo, secondo i progetti, il «bancone» che vedrà la luce a partire dall'1 novembre con la fusione in Unicredit di tutto il resto del gruppo. Compreso ovviamente il Banco di Sicilia che scomparirà come realtà autonoma restando semplice marchio commerciale. «Che ha un valore molto alto e per questo va conservato» spiega Roberto Bertola, 63 anni, attuale amministratore delegato dell'istituto destinato a diventare responsabile territoriale. Non lascerà le insegne del comando. Cambierà solo etichetta e, per la prima volta, spiega in una intervista il significato della rivoluzione che sta per iniziare. Con una premessa: «La clientela non si accorgerà di quello che succederà al centro ma percepirà la nuova organizzazione di rete più vicina al territorio».

Veramente la convinzione generale è opposta: non siamo alla vigilia del funerale del Banco?
«O forse di una nuova vita».

In che senso?
«Guardi per il cliente non cambia nulla se a Palermo c'è un consiglio d'amministrazione oppure un semplice responsabile territoriale. Quello che importa è il servizio e in questo senso la nuova struttura sarà molto più vicina al territorio».

Perché?
«Perché rispetto alle attuali tre verranno create dieci direzioni commerciali. Dunque più del numero delle province. Inoltre verranno riorganizzate le strutture retail e quelle corporate».

Che cosa cambierà?
«Cambierà che la struttura retail, che finora gestiva solo imprese fino a tre milioni di fatturato arriverà fino a cinquanta. In pratica l'intero panorama delle aziende siciliane visto che quelle con un giro d'affari maggiore sono veramente poche».

Ma tutto questo come impatta sul cliente?
«Impatta perché le procedure saranno più rapide. Un maggior numero di decisioni verranno prese a livello locale senza bisogno di aspettare le autorizzazioni dal centro come accade oggi. Meno burocrazia e più dinamismo».

E allora perché tante critiche?
«Io capisco bene i problemi che si possono creare all'interno. C'è un problema di affetto verso la vecchia struttura del Banco. C'è l'incertezza del futuro. C'è la paura per quello che potrà accadere. Tutti aspetti umani che meritano attenzione. Ma sono convinto che con la buona volontà di tutti i problemi saranno risolti».

Sparirà il consiglio d’amministrazione e la direzione generale. Strutture pesanti che dovranno essere tagliate con forti ripercussioni sull’occupazione.
«Il dimagrimento delle funzioni centrali sarà compensato dall'irrobustimento delle strutture territoriali che diventeranno strategiche per l'operatività quotidiana».

E l’economia siciliana che perde una grande banca?
«L’economia siciliana non perde nulla. Casomai avrà dei vantaggi».

Perché?
«Perché non cesseremo di essere una banca vicina al territorio. Più ancora di oggi, pensiamo. In aggiunta avremo una dimensione multinazionale che nessun'altra banca italiana possiede. Potremo diventare uno strumento insostituibile per far crescere la componente internazionale delle imprese siciliane».

Come?
«Sarà molto più semplice fare affari in Europa. Attraverso di noi non sarà certo difficile trovare un partner già nostro cliente in Polonia, in Germania o in qualunque altro Paese dell'Europa nord-orientale. Sono assolutamente convinto che la Sicilia sarà una delle aree maggiormente avvantaggiate dalla riorganizzazione del Banco».

La crisi ha colpito duro, però...
«All'inizio meno che altrove. Il Pil dell'isola per circa la metà è rappresentato dall'economia pubblica che essendo meno esposta alla concorrenza internazionale ha risentito meno delle difficoltà. Ora però la situazione sta veramente diventando difficile».

Che cosa chiedete alla classe politica?
«Non ho una ricetta particolare. I problemi della Sicilia sono noti: troppa burocrazia, collegamenti difficili, ostacoli ambientali. Ritardi strutturali che non tocca certo ad una banca risolvere».

Tuttavia una banca può stimolare l’economia.
«E noi lo stiamo facendo. Gli impieghi crescono del 5% mediamente e va bene anche la raccolta. In questo momento registriamo un certo allungamento delle scadenze. In assenza di forti investimenti significa che le aziende stanno ristrutturando il debito utilizzando gli strumenti a medio-lungo termine».

Resta l’accusa consueta: le grandi banche raccolgono il risparmio in Sicilia e lo portano fuori. Che cosa risponde?
«Che sono affermazione non vere per Unicredit. Noi in Sicilia su cento euro di raccolta ne impieghiamo 130. Senza contare le iniziative specifiche per l'isola come per esempio il Sicilia Convention Bureau che abbiamo messo a servizio del turismo che è una delle principali industrie dell'isola. Serve a dotare le aziende e le istituzioni delle risorse per potenziare il flusso dei visitatori e quello congressuale. Noi stessi, come gruppo Unicredit, ospitiamo spesso in Sicilia le nostre convention. La più recente si è svolta a Siracusa. Sono intervenuti trecento colleghi provenienti dalla Germania. Dalle loro reazioni sono certo che buona parte tornerà insieme alle famiglie e agli amici».

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