Il futuro dell'Iraq dopo il ritiro Usa

Il 19 agosto u.s. la 4ª Brigata americana da combattimento (Styker), forte di 440 uomini, ha lasciato definitivamente l'Iraq. Dopo sette anni di guerra e di guerriglia, combattute contro l'esercito iracheno, le milizie estremiste sciite e le cellule terroristiche di Al Qaeda, le forze combattenti statunitensi lasciano il Paese. Rimarranno 50.000 uomini con compiti di logistica e di addestramento per le forze di sicurezza irachene, il prossimo dicembre saranno rimpatriati anche loro.
Una guerra, quella del Golfo 2, voluta da George Bush contro Saddam Hussein colpevole, quest'ultimo, di nascondere armi di distruzione di massa, mai trovate, ritenute un grave pericolo per il mondo occidentale. La scarsa resistenza registrata, nelle prime fasi dei combattimenti, dall'esercito statunitense generarono il convincimento di poter rovesciare la dittatura saddamista e favorire la nascita di una democrazia filo-occidentale. Le cose invece andarono differentemente da ciò che apparve il 9 di aprile di quell'anno, il 2003, quando Bagdad cadde solo dopo 20 giorni di guerra guerreggiata: il Paese si divise quasi subito, preda della nascente guerriglia alimentata dalle cellule di Al Qaeda e dalle fazioni in lotta tra di loro, sciiti, sunniti e curdi. Venne versato tanto sangue in atti di vera guerriglia e nella battaglia di Falluja e nelle frequenti missioni contro le milizie sciite di Moqtada al Sadr e le cellule del fondamentalismo islamico.
Noi italiani ricordiamo ancora, con commozione e amarezza, la strage dei nostri carabinieri e soldati a Nassiriya, impegnati in quella terra martoriata in una missione ritenuta di pace, ma che per le fazioni estremiste irachene era invece considerata di occupazione. Una situazione strategico militare, quella irachena, non facile, ereditata da Barack Obama che, nella campagna elettorale, promise di risolvere il problema definitivamente con il ritiro del contingente americano forte, nel 2007, di ben 168 mila militari ridotti progressivamente a 50 mila ad agosto di quest'anno e al ritiro totale previsto per il prossimo dicembre.
La guerra in Iraq, per gli americani, sembra quindi definitivamente finita. Rimarrà oltre al contingente americano, con compiti logistici e di addestramento, anche personale della missione NATO, composto da 14 nazioni, con 164 istruttori tra i quali 78 italiani, per favorire la ricostruzione del paese che deve poter rinascere, ma che purtroppo stenta ancora a decollare malgrado i notevoli passi avanti fatti per la pacificazione delle fazioni in lotta che la dottrina del generale Petraeus, ora responsabile delle forze americane in Afghanistan, ha consentito dopo i sanguinosi episodi verificatesi nel 2008.
Sono in molti a chiedersi però che ne sarà dell'Iraq nel 2011, quando la sicurezza del paese verrà affidata unicamente alle sue forze armate e di polizia, non ancora pronte ad affrontare la pericolosa guerriglia interna non del tutto debellata. Difficile a prevedere. Gli americani hanno subito forti perdite in Iraq, ben 4.419 soldati morti e 30.000 feriti, ma la situazione strategica in quella delicata area mediorientale è tuttaltro che migliorata anche perché l'indebolimento dell'Iraq ha rafforzato la minacciosa presenza iraniana, contraria all'occidente e agli Usa.
Il fronte afghano ora preoccupa molto di più il Pentagono di ciò che potrà succedere in Iraq dopo il 2011. Obama, analogamente a quanto ha fatto in Iraq, è in cerca di una uscita strategica dal conflitto contro i talebani che non faccia perdere di credibilità gli Stati Uniti. Il contrasto con il Generale McChrystal sulle strategie da adottare - a breve e a lungo termine - contro i talebani, ha indotto il Presidente Obama a sostituirlo con il già sperimentato Generale Petraeus, nella segreta speranza che questi riesca, con un colpo di bacchetta magica, a trovare una soluzione politico-militare che consenta agli americani di uscire dal teatro afghano, possibilmente a testa alta.
Tutti si augurano che la strategia voluta dal presidente Obama possa avere successo, ma se andiamo con la memoria alle guerre combattute dagli americani dopo il 2°conflitto mondiale, possiamo osservare che non sono mai state risolutive delle cause che le hanno provocate: la guerra in Corea durante la quale i morti, da parte statunitense, furono 36.516, si concluse con un armistizio sulle posizioni raggiunte al 38° parallelo con il paese diviso in due: Corea del Nord e Corea del Sud; in Vietnam gli americani subirono pesanti rovesci e malgrado i 58159 caduti non riuscirono a contenere e a sconfiggere la guerriglia dei Viet Cong e il sud che venne occupato da Hanoi; la 1ª guerra del Golfo, nel 1990, durante la presidenza di Bush senior, venne combattuta per ricacciare Saddam Hussein dal Kuwait, dove persero la vita 383 soldati, ma non fu risolutiva perché Saddam Hussein rimase al suo posto talché nel 2003 Bush junior decise una nuova guerra per abbattere definitivamente tale regime, accusato, come abbiamo detto, di nascondere armi di distruzione di massa, con le conseguenze che ben conosciamo.
E ancora una volta, gli Stati Uniti lasciano un paese che hanno dovuto o voluto invadere, non ancora pacificato, con grandi problemi da risolvere. Rimane ora la questione afghana, la più complessa, dove i talebani sono tornati a controllare buona parte del paese e le cellule di Al Qaeda operano indisturbate e minacciano di impossessarsi dell'arma atomica con imprevedibili conseguenze per il mondo occidentale. Molti esperti osservatori si domandano se i 50 mila soldati ritirati dall'Iraq e inviati a rinforzare la missione ISAF, nel teatro afghano, possano contenere la guerriglia talebana e pacificare il paese se si tiene conto che il capo di Al Qaeda, Bin Laden, è latitante dal 2001 e il governo Pachistano non riesce, a sua volta, a debellare la guerriglia talebana che opera indisturbata anche sul suo territorio.
Il futuro, in quell'area così delicata come in quella nel corno d'Africa e nel Golfo Persico, è molto incerto. In Afghanistan,l'O ccidente se dovesse lasciare il Paese nella responsabilità del debole regime del presidente Karzai, si giocherebbe,in politica estera,oltre al prestigio e la sua credibilità in politica estera, la sicurezza interna e esterna e sarebbe costretto, prima o poi, ad azioni militari di antiguerriglia e di guerra ben più costose economicamente ma soprattutto con un dispendio notevole di vite umane. Un vero tramonto, per la civiltà occidentale, un grande regalo ad Al Qaeda. Il monito che il congresso di Monaco, nel 1938, dette al mondo libero purtroppo è ancora di vitale validità.

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