Una popolazione mal distribuita

Tra poche settimane sulla terra saremo sette miliardi, e continuiamo a crescere di 80 milioni ogni anno. Purtroppo, la distribuzione della popolazione è sempre più sbagliata. Tende a diminuire nei Paesi più prosperi, mentre continua a crescere in maniera esponenziale in Africa, il continente di gran lunga più povero e arretrato, dove se continueranno le tendenze attuali nel 2050 gli abitanti saranno 2,1 miliardi. Ma le cifre più allarmanti dell'ultimo rapporto del Population Reference Bureau (Prb) riguardano l'invecchiamento delle popolazioni indigene di quelle che sono oggi tre colonne dell'economia mondiale: l'Unione Europea, il Giappone e la Corea del Sud (e, sia pure in misura minore, la Cina), dove, anche in presenza di successivi innalzamenti dell'età pensionabile, tra 30-40 anni il rapporto tra cittadini attivi e in quiescenza diventerà economicamente insostenibile. La conseguenza di questo invecchiamento, cui solo in parte si può rimediare con l'immigrazione, sarà una lenta, ma inesorabile decadenza dei Paesi interessati, che non riusciranno a mantenere l'attuale status e vedranno peggiorare il loro tenore di vita. Il fenomeno ha già cominciato a manifestarsi in Giappone, che non a caso «vanta» una durata media della vita superiore a tutti gli altri, ma che da quasi vent'anni ha praticamente cessato di crescere e un paio di settimane fa ha dovuto cedere lo scettro di seconda potenza economica mondiale alla Cina. Purtroppo, stando alle proiezioni del Prb, le prospettive dell'Europa non sono molto migliori: servirebbe un incremento della natalità, che comunque porterebbe qualche beneficio solo sul lungo termine. Ma chi è messo peggio di tutti è la Russia, dove l'aspettativa di vita è addirittura in discesa (59 anni per gli uomini! - soprattutto per effetto dell'alcolismo) e il ricambio generazionale della popolazione attiva sempre più precario. Per ora si salvano, invece, gli Stati Uniti, grazie sia a un tasso di natalità ancora soddisfacente nella cosiddetta «America profonda», sia ai sempre più massicci - e non sempre graditi - flussi migratori dal Sud.
Sembra perciò inevitabile uno spostamento del baricentro economico verso i Paesi che, pur avendo saputo contenere entro limiti ragionevoli l'aumento della propria popolazione, possono contare su una forza lavoro più giovane e dinamica: per esempio, Brasile e Turchia. Ma l'incognita maggiore dei prossimi decenni è rappresentato dall'Africa, dove proprio i Paesi più poveri sono quelli che registrano l'incremento demografico più consistente: entro la metà del secolo, etiopi e congolesi saranno più numerosi di giapponesi e russi. Dal momento che il continente non appare in grado di sostenere tanti nuovi abitanti, è da prevedere una massiccia, e difficilmente contenibile, corsa dei giovani verso l'Europa, che peraltro porterebbe più problemi che benefici.
Naturalmente, le tendenze demografiche possono mutare nel corso degli anni, perché l'esperienza insegna che il tasso di natalità tende a diminuire in parallelo con la crescita economica. Ma, anche se tutto andrà bene, ci sarà solo una attenuazione dei fenomeni, perché per una inversione a U è ormai troppo tardi.

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