Tirrenia, giusto difendere l’occupazione ma non l’inefficienza

Tirrenia, sembra il remake di un film già visto. La storia inizia negli anni Trenta. Dalle ceneri della compagnia privata dei Florio, messa alle corde da un intreccio poco limpido di interessi politici ed armatoriali del nord, complice anche la grande depressione del '29, nasce, con l'intervento dell'Iri, la Tirrenia. Tuttavia la gestione pubblica della compagnia non ne ha fatto certo un modello da imitare. La Tirrenia, infatti, messa in difficoltà dalla concorrenza del vettore aereo low cost e gestita con contratti più onerosi rispetto ai privati, produce con regolarità deficit di cassa e va avanti con i sussidi statali e con l'indebitamento bancario. Del resto non è un caso che il commissario straordinario della Tirrenia, appena insediatosi, abbia chiesto ed ottenuto dal tribunale di Roma la dichiarazione dello stato di insolvenza. Una condizione questa asseverata dai riscontri contabili dei magistrati romani, che hanno accertato debiti per 646 milioni di euro ed una residua liquidità in cassa di appena 18 mila euro. È questa la società che la Regione Siciliana vorrebbe comprare; mentre resterà per sempre un mistero la rinuncia della Sicilia ad avere la proprietà di Siremar a costo zero. Divorata dai debiti, la Tirrenia inizia probabilmente la più difficile traversata, sotto una pioggia di proteste, ricorsi, querele e minacce di scioperi, respinte persino dagli stessi lavoratori. In realtà, la legge 146 sulla autoregolamentazione degli scioperi impedirebbe interruzioni del servizio pubblico fino al 5 settembre. Ma la replica sindacale era stata netta: il periodo di franchigia estiva previsto per legge, «non si applica in questo caso, perché il diritto al mantenimento del posto di lavoro prevale sul diritto alla mobilità dei cittadini». È come se la Fiat affermasse che il diritto alla salvaguardia di un Gruppo con 220 mila dipendenti prevale sul diritto dei tre delegati sindacali esclusi dal lavoro. A ben vedere il nodo italiano sta tutto qua. Poco importa che si parli di Alitalia o di Tirrenia, di Fiat o di Siremar. La questione è più profonda e tocca le fondamenta del fragile sistema italiano, impegnato in una battaglia titanica con se stesso e con il resto del mondo. Tuttavia bisognerebbe farsene una ragione. La competizione è globale ed anche chi si considera estraneo alla concorrenza internazionale, in realtà non può sottrarsi ai suoi effetti. La difesa dei posti di lavoro è fondamentale; la difesa dell'esistente, sempre e comunque, no. È un vecchio vizio della politica e del sindacato quello di innalzare barricate per tutelare ad oltranza chi lavora, anche se in condizioni improduttive. Si omette di dire però che ogni euro impegnato nella difesa dell'inefficienza è un euro sottratto alla parte sana del Paese. È certamente una tesi dura ed impopolare da sostenere, ma chi si occupa di chi un posto di lavoro non ce l'ha? Come si può togliere persino la speranza a milioni di giovani disoccupati? La Regione Siciliana si è dissanguata e continua a farlo per mantenere in piedi un esercito di precari pubblici. Saranno almeno 100 mila. Ma se questi "lavoratori" hanno diritto di tutelare il loro posto, che dire degli altri 700 mila che, a vario titolo, ingrossano l'esercito dei disoccupati siciliani? Lo scontro in atto riguarda quindi le fondamenta stesse del nostro modello economico e sociale; fino ad oggi è prevalsa la difesa dell'esistente. Basti pensare al travaglio che ha accompagnato ogni tentativo di modifica del regime pensionistico, quando si fingeva di non capire che la pensione dei "genitori" con appena 20 anni di servizio, portava ai "figli" una pensione dimezzata. Oggi la distinzione non andrebbe più fatta tra chi prende un salario e basta, ma tra chi restituisce alla collettività (che lo paga) qualche cosa, e chi invece questo non lo fa.

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