Scioglimento delle Camere e regole

Nel martellamento quotidiano sull'alternativa tra governo pienamente efficiente o elezioni anticipate, i dirigenti del PdL invocano il rispetto della volontà popolare, invitando - ormai con il garbo dovuto - il capo dello Stato a rispettarla sciogliendo le Camere se la situazione si facesse insostenibile.
Visto che siamo in prossimità dei 150 anni dell'Unità nazionale, forse non è inutile vedere come si sono comportati i tre sovrani Savoia (Carlo Alberto, Umberto I e Vittorio Emanuele III) dopo la concessione dello Statuto albertino del 1848 che fece nascere la monarchia costituzionale. A differenza di quanto previsto dalla Costituzione repubblicana, allora «al Re solo» apparteneva il potere esecutivo (articolo 5) che oggi è invece del governo. L'articolo 9 recitava: «Il Re convoca ogni anno le Camere, può prorogarne le sessioni e disciogliere quella dei Deputati», l'unica elettiva, a patto di riconvocare quella nuova entro quattro mesi. Il re aveva dunque poteri molto maggiori del presidente della Repubblica (oltre a concedere la grazia, tra l'altro, poteva commutare le pene).
Non tutti probabilmente ricordano che - come sarebbe avvenuto durante la Prima Repubblica - anche nell'Italia post risorgimentale e nell'Italietta a cavallo tra l'800 e il '900 c'era una formidabile instabilità politica, nel senso che le crisi erano all'ordine del giorno e i governi cambiavano una volta all'anno e anche più frequentemente. Spesso i nuovi governi erano diretti dallo stesso presidente del Consiglio perché questi chiedeva e otteneva dal sovrano le elezioni anticipate per avere una maggioranza più stabile. Giolitti in questo era un maestro: diventato per la prima volta presidente del Consiglio nel 1892, chiese subito le elezioni per togliersi di torno alleati di cui non si fidava (c'è una curiosa somiglianza con la situazione in cui si trova oggi Berlusconi). Le ottenne e poiché allora i prefetti erano determinanti per controllare il territorio politico, prima di andare al voto ne sostituì 46 su 69. Umberto I, che voleva un governo stabile, fece di più: nominò senatori i deputati più ostili a Giolitti per toglierli dalla Camera, la sola determinante per le maggioranze politiche. Ad altri (Pelloux nel '900, per esempio) il gioco non riuscì, ma quasi sempre il re accordava le elezioni al governo che le chiedeva, come accade ancora oggi in Inghilterra e altrove.
Gli spazi di democrazia erano allora più modesti dei nostri, se non altro per la ristrettezza del corpo elettorale (che il primo Cavour era contrarissimo ad allargare, abbassando il reddito che abilitava al voto). Ma il rispetto della volontà popolare è stato sempre fuori discussione.
La Costituzione repubblicana affida esclusivamente al capo dello Stato (articolo 88) il potere di scioglimento. La regola è che il governo si dimetta e che non ci sia una maggioranza alternativa. Già, ma quale maggioranza? Scalfaro nel '94 fece il ribaltone, ma Dini fu pur sempre indicato da Berlusconi. Per fare un governo diverso e con una durata diversa (si sarebbe dovuto votare nel '95). Lo stesso Dini in questi giorni ha ricordato che le circostanze erano allora molto differenti e che oggi la costituzione materiale prevede una sorta di elezione diretta del presidente del Consiglio, cosa che fa discutere sui limiti dell'elezione dei parlamentari senza vincolo di mandato. Il ribaltone è dunque una figura costituzionale? Si aggiunga che - dopo il secondo ribaltone del '98 (Mastella che cambia maggioranza e consente la nascita del governo D'Alema) - un gentleman agreement ha sempre escluso che possano ripetersi situazioni del genere. Si è detto spesso, a ragione, che Napolitano non è Scalfaro e rispetta la Costituzione in modo assai scrupoloso. Il rischio in cui si trova Berlusconi è di ricevere sempre la fiducia alla Camera e poi di veder depotenziata nelle commissioni parlamentari tutta l'attività di governo. Ai tempi di Cavour, di Crispi e di Giolitti una situazione del genere sarebbe stata impensabile. E oggi?
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