Sicilia, Cultura

L'intervista a Cossiga dopo le stragi del '92: "Bisogna riappropriarsi del territorio"

Ecco l'ìntervista che Francesco Cossiga rilasciò al Gornale di Sicilia nel giorno del funerale di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta. Era il 25 luglio del 1992. L'allora presidente della Repubblica fu intervistato dal condirettore Giovanni Pepi a casa del direttore Antonio Ardizzone

L’appuntamento è a Punta Raisi. Alle 7,30, Francesco Cossiga ha deciso di andare ai funerali di Borsellino. Ma non da ex presidente («cosa ridicola...»). Non vuole scorte, né codazzi. Ci viene incontro con la faccia un po’ stanca. Senza cravatta per attenuare il caldo e si scusa. Sale in auto e preferisce sedersi davanti («per troppi anni mi sono seduto dietro...»). Chiede di andare in chiesa subito per arrivare prima e mettersi meglio da parte «lontano dai riflettori». Ma quando arriviamo è presto. La chiesa è chiusa. La gente è fuori e applaude. I cronisti fanno ressa. Ma Cossiga tace. Dopo colazione gli parlo della Palermo in guerra, della magistratura divisa, dei funerali assediati, della rabbia e della paura. E Cossiga parla. Dice: «Ma sì rompiamolo per un momento questo vuoto...».
Ha fatto un voto di silenzio?
«L’ho fatto in una chiesa. In Francia. Dove ho passato dei bellissimi giorni dopo le mie dimissioni. È la chiesa, come dice una lapide, in cui Carlo Alberto sentì la messa. Lì si accostò alla confessione e alla comunione prima di lasciare definitivamente i sardi ed andare in esilio. Mi ero proposto di tacere sia perché credo che questo si addica a chi per tanti anni ha parlato, talvolta a proposito, qualche altra forse anche a sproposito. Poi per rispetto del mio successore al quale tutti ci dobbiamo inchinare perché rappresenta l’unità nazionale».

Già, ma ora si può tacere? Questa mafia delle stragi è cosa diversa da quella che lei ha conosciuto? È una mafia che ha dichiarato guerra allo Stato? È cambiato qualcosa?
«È cambiato quantitativamente qualcosa, certo. Tutto quello che è accaduto si poteva tranquillamente prevedere. Non dico si potesse prevedere l’uccisione di Giovanni o l’omicidio di Paolo Borsellino. Ma prima di loro hanno ammazzato tanti altri. Si doveva capire che la situazione stava rotolando sempre più verso una emergenza eccezionale».

Lei lo aveva detto...
«Sì, purtroppo in questi anni da ministro degli Interni, da presidente del Consiglio e da presidente della Repubblica io sono venuto raramente per cose liete in Sicilia. Sono sempre venuto per cose tristi. Ho sempre denunziato, con parole dure, forse sbagliate nel tono, ma era l’unico modo per farmi sentire. È più facile, spero, farmi sentire adesso che non ricopro alcuna carica. Ho sempre denunziato una situazione che era in progressivo deterioramento, l’evanescenza della sovranità territoriale dello Stato. C’erano, sì, fenomeni ormai di guerra e mi ponevo la domanda se bastasse un’applicazione puntuale delle leggi ordinarie, se bastasse l’attuazione di quelle leggi speciali che tutti avevano fatto finta di non avere approvato e che invece avevano approvato, oppure, chiedevo, se poi, presto o tardi, non si dovesse arrivare a norme eccezionali».

E siamo ora a questo punto secondo lei?
«Non sono in grado di dirlo. Però ho sentito pronunciare, in questi giorni, cose che se avessi detto io, avrebbero scandalizzato chissà quanti».

Cioè?
«Ho sentito pronunziare da ministri della Repubblica, non da uno, da più ministri della Repubblica, dalle aule del Parlamento, la parola guerra, guerra, guerra. E allora quando si è in guerra non si può rispondere con le leggi di pace. Ci si esprime con le leggi di guerra».

Sì, ma c’è oggi una mafia che fa guerra. Perché?
«Si sono fatte tante analisi del fenomeno della criminalità organizzata, del fenomeno della mafia, del fenomeno di Cosa nostra. Analisi sociologiche, analisi politiche e queste ultime quanto polverone hanno sollevato, ancora analisi di carattere criminologico, sociologico e così via. Ma uno degli errori che a mio avviso è stato commesso così come l’istituzione dell’Alto commissariato, è quello di volere omologare tra di loro tre fenomeni che sono talmente diversi».

Quali?
«La mafia, la camorra e la ’ndrangheta. La ’ndrangheta, salvo adesso per alcuni inquinamenti che pare comincino ad esserci per effetto di vicinanza con la mafia siciliana, è un fenomeno di puro banditismo. Banditismo crudele, basato sul sequestro di persona, sul taglieggiamento. Io sono sardo, è una cosa dolorosissima e crudele confondere il banditismo sardo con la criminalità organizzata».

E la camorra?
«La camorra è un fenomeno di deliquenza comune, crudele, basata sul controllo della criminalità locale, dei mercati locali. Ma diciamo onestamente che il personaggio più alto che ha espresso è Cutolo. Siamo a livelli ben diversi dalla mafia. Questa è un’altra cosa. Sì, certo, c’è una mafia tradizionale, come l’abbiamo sempre studiata, di cui non pochi libri, lei lo sa, danno addirittura una giustificazione storica e quasi la sostengono come una organizzazione con la quale i cafoni si difendevano contro il potere napoletano, contro il potere spagnolo...».

Sì, lo so, la mafia come protezione dalla dominazione progressiva. Ne ha scritto anche Falcone.
«Appunto. Ma adesso la mafia da fenomeno di protezione si è evoluta in criminalità organizzata. Ci troviamo davanti a fenomeni di criminalità organizzata che hanno la loro base principale in Sicilia ed estensioni internazionali. Cosa nostra è la Cosa nostra di New York, la Cosa nostra del Canada, la Cosa nostra dell’America del Nord. Ormai la Sicilia è una base territoriale di traffici preoccupanti che si intersecano col fenomeno della droga».

E allora?
«Allora non si può combattere Cosa nostra, la mafia in generale, con le stesse armi con cui si combatte la camorra o il banditismo in Sardegna o ancora la ’ndrangheta in Calabria. No. Quei fenomeni sono gravissimi ma di ben diversa sofisticatezza. Anche perché, per potere avere una base, la mafia ha portato come dote alla criminalità organizzata di stampo internazionale, tutta la sua tradizione di collusione con i poteri politici, amministrativi con le sue ramificazioni nella società civile, e con l’accettazione che, talora, anche la gente comune fa della mafia».

Direi che il suo pessimismo è aumentato rispetto ai giorni della sua presidenza...
«Non credo, anni fa una persona che io ho molto stimato, un mio vecchio collaboratore, che volli questore di Roma prima, e prefetto di Torino poi, Emanuele De Francesco, disse che forse avrebbe cominciato ad avere un qualche successo contro la mafia nel Duemila. Fu quasi lapidato. Venne a trovarmi a casa mia e gli dissi che sempre sapevo che lui fosse un ottimista, ma non un ottimista fino a questo punto».

Ma andiamo al concreto. Cosa pensa dei provvedimenti del governo?
«Direi che noi prima dobbiamo chiederci cosa vogliamo. Dobbiamo porci degli obiettivi a lungo termine, degli obiettivi a medio termine e obiettivi a breve termine».
Cominciamo dal breve.
«Riappropriarsi del territorio per quanto è possibile, visibilmente».

E nel medio?
«Costrastare la criminalità organizzata impedendo le manifestazioni di dominio che sono palesi nelle stragi che vengono commesse».

E nel lungo?
«Quello di lungo termine non può essere soltanto compito del nostro paese. Occorre una strategia globale per combattere il crimine organizzato a livello intercontinentale, specialmente nelle sue manifestazioni tipiche che sono la droga e il riciclaggio di denaro frutto di attività criminose».

Torniamo alla domanda di prima. Il governo sta facendo bene?
«Certamente, si sono fatti dei passi in avanti, un riconoscimento ampio va dato all’intelligenza, all’impegno, al coraggio dei ministri Scotti e Martelli nel precedente governo, di Mancino, di Andò e dello stesso Martelli nell’attuale. Posso parlare soltanto delle cose che leggo perché non ho più contatti con le amministrazioni dello Stato. Mi sembra che ci stiamo muovendo nella direzione giusta anche se...».

Anche se?
«Le faccio un esempio: sento per televisione che la Dia, la direzione per l’investigazione antimafia, viene presentata come uno degli strumenti più efficaci. Conosco gli uomini che sono stati ad essa preposti. Sono persone che stimo molto. Dovrebbe essere questo uno strumento della lotta a medio e a lungo termine il quale richiede una unità di comando, di analisi e di informazione. Poi però scopro che accanto alla Dia ci sono organi analoghi nel comando generale dell’Arma dei carabinieri, in quello della Guardia di finanza, in quello della Polizia e non si capisce che cosa debba fare l’uno o l’altro, probabilmente ognuno tenterà di fare quello che fa l’altro. E siccome, anche le forze di polizia, benché meritevolissime, sono fatte di uomini, ognuno cercherà di fare una bella figura».
Siamo alla questione del coordinamento. Mi può spiegare perché in Italia non si può risolvere mai?
«Direi che è un problema di volontà politica. Solo di volontà politica. Perché l’Italia, vede, è sempre più un paese feudale articolato in corporazioni, anche buone corporazioni. Dove ognuno cerca di allearsi con una corporazione contro l’altra. Non ci sono autorità, autorevolezze e capacità sufficienti per regolare nell’interesse generale».

Sì, ma accanto al coordinamento c’è un’altra questione...
«Quale?».
Non basta l’iniziativa del governo senza una solidarietà degli altri corpi dello Stato. Prendiamo per esempio i giudici. Al loro interno c’è molta lacerazione...
«Questa è una delle cose che più mi addolora. Io ero indicato come un nemico dell’indipendenza della magistratura, non dei magistrati. Lei sa che io ho difeso la magistratura siciliana dalle accuse ingiuste di insabbiamento che le erano state rivolte...».

Erano state rivolte anche a Falcone...
«Già. Ho dovuto assistere a cose dolorose, ad umiliazioni inflitte a Falcone, a quelle che probabilmente sarebbero state inflitte a Borsellino, proprio per meschini motivi di lotta interna di correnti e per piccole beghe di correntucole politiche che giocano ancora al ’68 e non hanno capito che il muro di Berlino è caduto. Ho visto che il Consiglio Superiore della Magistratura adesso si interesserà di queste cose dolorosissime. Io non voglio giudicare nessuno. Ma il fatto che la prima risposta a quanto è accaduto sia una spaccatura all’interno della Procura della Repubblica di Palermo, non è certo un bello spettacolo per il cittadino. Avranno ragione, non avranno ragione, questo io non lo so. Però il primo effetto dell’assassinio di Falcone, dell’assassinio di Borsellino e dello sterminio di due scorte è che i magistrati della Procura di Palermo cominciano a bisticciare tra loro...».

E a quanto pare si annuncia un altro caso Palermo al Csm...
«Il Consiglio Superiore ogni volta che si è occupato di Palermo ne ha fatto di cotte e di crude. Mi ricordo la persecuzione ad Ayala, perché di persecuzione si è trattato. Mi ricorco che il Csm ha tenuto per mesi in istruttoria accuse cervellotiche contro i magistrati siciliani che avrebbero avuto le prove dei mandanti di omicidi eccellenti e non avrebbero proceduto. Tutti hanno painto su Giovanni Falcone. Io, però, non dimentico le cose che sono state dette contro di lui da membri del Consiglio Superiore sulle colonne di autorevoli giornali».
Sarà ancora così secondo lei?
«Vede io non ho alcuna fiducia in questo Consiglio Superiore. Non ho nessuna fiducia nel suo vicepresidente. Ho molta fiducia nel presidente della Repubblica. Perché uomo di grande autorevolezza morale. Dopo aver fatto a pezzi un precedente capo dello Stato, ossia il sottoscritto, il Csm non potrà permettersi questo lusso nei confronti di un altro capo dello Stato. Poi Scalfaro, magistrato davanti ad altri magistrati, ha un’autorevolezza morale molto maggiore di quella che posso avere io. Sì, ho fiducia in lui e spero che, andando a presiedere di persona il Consiglio Superiore della Magistratura, farà sì che esso eviti di complicare e di avvelenare come ha sempre fatto in passato, la situazione di Palermo e della Sicilia in generale».

Lei è stato ministro dell’Interno nella fase più acuta del terrorismo. Lei ricorderà, si poneva allora il dilemma se essere con lo Stato o con le Brigate rosse. Qualcuno sosteneva: né con questo Stato, né con le Brigare rosse. Non teme che questo dilemma stia risorgendo?
«No, non si pone. Il terrorismo fu problema molto più complesso. Fu fenomeno di sovversione politica, le cui origini sociali, politiche, ideologiche erano ben chiare. Essere né con lo Stato né con le Brigate rosse era cosa che io ho sempre condannato ma giustificabile. Vi sono persone di grande valore che si dichiararono allora né con lo Stato né con le Brigate rosse...».

Leonardo Sciascia per esempio...
«Sì, Leonardo Sciascia con il quale io ho sempre avuto, anche se la gente non lo sa, una profonda devozione. Egli mi ha spiegato molte cose della Sicilia in lunghi colloqui telefonici. Ricordo quanto egli soffrì nei giorni in cui gli fu rivolta l’accusa di mafioso. Mi telefonò e mi disse: anche questo mi doveva capitare. No, non c’è nessuno oggi che, onestamente, trovi in sé la giustificazione morale ed intellettuale per dichiararsi né con lo Stato né con la mafia. Ci può essere un atteggiamento pratico dovuto a paura, ad interesse, oppure al desiderio di mettersi da parte, di chiamarsi fuori, ma nient’altro».

Lei, da presidente, ha più volte sollecitato una unità delle forze politiche contro la mafia, la stessa che fu vincente contro il terrorismo. Esistono oggi le condizioni perché si realizzi?
«No. Ho l’impressione, estremamente dolorosa, che ancora questi fatti e, in generale, la lotta contro la mafia siano utilizzati per lotte interne tra partiti e all’interno dei partiti. Ciò che si riuscì a evitare nella lotta contro il terrorismo. Certi scontri all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, certi contrasti all’interno dei magistrati, certe manifestazioni diciamo sgraziate come quella a cui abbiamo assistito l’altro giorno, a Palermo, nella Cattedrale, e fuori dalla Cattedrale, sono un tentativo che non esito a definire delittuoso di utilizzare fatti drammatici. Nessuno può illudersi di creare una duratura e degna posizione politica utilizzando stragi e morte. Ecco, questo sentivo di dover dire nel ricordo di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Due amici che tali erano per me più di quanto la gente non sapesse, delle cui ansie e dei cui timori io ero al corrente. E con questo mi lasci tornare nel silenzio».

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