Cossiga, in cuor suo morì quando uccisero Aldo Moro

Nel profondo dell’animo suo Francesco Cossiga è morto la mattina del 9 maggio 1978, quando gli dissero che nel bagagliaio di una Renault rossa era stato trovato il cadavere di Aldo Moro. «Avevo in tasca la lettera di dimissioni da ministro dell'Interno», mi raccontò molti anni dopo quando ne parlammo per la prima volta a lungo. Me lo disse sfiorandosi la mano e il volto sfigurati dalla vitiligine che aveva imbiancato nel '78 all'improvviso il volto e il capo come stigmate a eterno ricordo di una missione fallita. Fanfani mi aveva confermato che la mattina del 9 maggio, nella direzione democristiana riunitasi d'urgenza, avrebbe chiesto la convocazione del consiglio nazionale del partito. Non lo fece perché la riunione fu interrotta da Cossiga con la notizia della morte di Moro. «Il consiglio nazionale - mi raccontò Cossiga - avrebbe autorizzato la trattativa con le Brigate Rosse e io avrei dovuto dimettermi da ministro dell'Interno». In tanti colloqui degli anni successivi - e fino al 2009 - Cossiga mi disse sempre d'aver sperato nella liberazione di Moro: «Avrebbe rappresentato la vittoria delle Br. Il ritorno di Moro vivo sarebbe stato un colpo mortale alla Dc e al Pci. Lui avrebbe capeggiato una crociata anticomunista. Il Pci l'aveva capito perfettamente da tempo. Quando arrivò la prima lettera di Moro dalla prigione delle Br, venne a trovarmi Ugo Pecchioli (ministro dell'Interno ombra del Pci) e mi disse: “Vivo o morto, Moro è per noi politicamente morto”».
Cossiga aveva condiviso e gestito da 'linea della fermezza' concordata subito dopo il sequestro tra Andreotti, presidente del Consiglio e i segretari della Dc Zaccagnini e del Pci Berlinguer. Vi si opposero invano Craxi e Fanfani. In più di trent'anni, tuttavia, l'ex presidente della Repubblica non ha mutato opinione. «Capisco che oggi sia più difficile accettarlo - mi ha ripetuto ancora l'anno scorso - . Ma in quegli anni la situazione reale dell'Italia era tale che cedere ai brigatisti avrebbe portato alla resa dello Stato». E ancora: «A me la morte di Moro ha procurato una grande depressione, ma il più irremovibile fu Zaccagnini (amico fraterno di Moro) che vi si procurò un infarto».
Un solidissimo rapporto con il Pci non impedì a Berlinguer, cugino di Cossiga (erano figli di due fratellastri della buona borghesia sassarese) di chiederne due anni dopo il deferimento all'Alta Corte di giustizia. Cossiga era nell'80 presidente del Consiglio e il terrorista pentito Roberto Sandalo l'aveva accusato di aver favorito la fuga all'estero di Marco Donat-Cattin, figlio del ministro, rivelando al padre che Marco era ricercato. Cossiga smentì e fu assolto dalla Commissione inquirente, ma mi ha raccontato che quando chiese al cugino ragione di tanta durezza si sentì rispondere: «Con i parenti si mangia l'agnello, non si fa politica».
Morto Berlinguer nell'84, l'anno successivo Cossiga fu eletto presidente della Repubblica al primo turno grazie a un accordo tra De Mita, segretario della Dc, e il Pci. Per cinque anni, dopo l'elezione, il nuovo presidente fu un sardo-muto: non fece una sola delle esternazioni che nell'ultimo biennio del mandato l'avrebbero reso celebre. Meglio, non aprì bocca. All'improvviso, un giorno ,nella primavera del '90, cominciò a togliersi i sassolini dalle scarpe e ad attaccare furiosamente il Consiglio superiore della Magistratura, considerandolo un organismo politico autocostituitosi potere dello Stato e non un ordine e una struttura di alta amministrazione. Cossiga certo esagerava nei toni, ma le sue denunce avevano fondamento e si sono ripetute regolarmente nel ventennio successivo. E poiché l'ala più politicizzata della magistratura è tradizionalmente vicina alla sinistra, la rottura con quello che era diventato il Pds era fatale. L'occasione fu un colpo basso di Andreotti che senza preavvertire il capo dello Stato consegnò al procuratore veneziano Felice Casson la lista dei 622 appartenenti all'organizzazione Nato (ovviamente segreta) denominata Gladio. Da giovane sottosegretario della Difesa Cossiga si era occupato a suo tempo dell'organizzazione («Un compito da fureria», lo aveva difeso Paolo Emilio Taviani che ebbe la responsabilità dell'operazione).
Achille Occhetto non volle sentire ragioni e brigò per il deferimento all'Alta corte di giustizia. La manovra fallì, ma ormai tra lui e gli ex comunisti era guerra aperta. Cossiga capì prima di tutti gli altri - e almeno due anni prima di Tangentopoli - che la crisi della Prima Repubblica era irreversibile. Cominciò a picconare tutto e tutti. Mi raccontò che Antonio Gava, potentissimo capo dei dorotei, andò a dirgli: «Perché cambiare? Governiamo così da cinquant'anni…». «Nessuno volle capire - mi disse Cossiga - che il Muro di Berlino era caduto su di noi».
«Ero pronto a sciogliere le Camere sia nel '90 che nel '91 - mi raccontò in un altro colloquio -. Il Pds era allo sbando. E se Andreotti si fosse mezzo di mezzo ero pronto a farlo dimettere». Andreotti resistette, illudendosi di diventare presidente della Repubblica. «Quante volte ho invitato a cena lui e Forlani per metterli d'accordo sul Quirinale…». Andò come andò. Cossiga si dimise da presidente della Repubblica il 25 aprile del '92 con un discorso a reti unificate che ebbe come testimoni diretti noi direttori dei telegiornali Rai e Gianni Letta come rappresentante Fininvest. Dopo aver brindato con lui alla fine di una fantastica esperienza, corremmo alle finestre per assistere all'ultima uscita dal palazzo, al suono dell'inno della Brigata Sassari. Quel giorno finiva la Prima Repubblica. Nessuno era stato e sarebbe più stato ministro dell'Interno, presidente del Consiglio, presidente del Senato e presidente della Repubblica. Lui ci riuscì perché era un democristiano di seconda fila. Quando si accorsero che era di primissima, era troppo tardi.
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