Napolitano non eviti di fare chiarezza

È stato uno sconcertante tuffo nel passato vedere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fin qui così bravo a mantenersi al di sopra delle parti, affidare uno dei suoi più significativi messaggi politici non a uno dei grandi giornali nazionali ma all'Unità, storico organo del suo vecchio Pci oggi quasi scomparso dalle edicole; ed è stato probabilmente senza precedenti per un capo dello Stato rilasciare una intervista, che è poi diventata «l'apertura» di molti quotidiani e telegiornali, non in una stanza del Quirinale con l'assistenza del suo staff, ma sul molo di Stromboli dove il cronista del giornale (ex?) comunista si era appostato. Queste sbavature protocollari non inficiano peraltro l'importanza delle parole del presidente, buona parte delle quali condivisibili, ma altre, forse non altrettanto meditate viste le circostanze, che hanno suscitato in almeno una parte degli italiani una certa perplessità.
Cominciamo dalle prime. Chi può essere in disaccordo quando il Capo dello Stato bacchetta quei politici che, «senza averne titolo e in modo sbrigativo e strumentale», pontificano di governi tecnici, di transizione o di responsabilità, quando l'attuale esecutivo è ancora saldo in sella e comunque ogni decisione in materia spetta esclusivamente al Quirinale? E come dissentire quando Napolitano afferma che ogni iniziativa, a cominciare da un eventuale scioglimento delle Camere, dovrà essere presa in primo luogo tenendo conto dell'interesse del Paese? Si può anche condividere la sua preoccupazione per l'economia italiana, ancora fragile nonostante gli accenni di ripresa, se lo scontro interno alla maggioranza portasse a un «vuoto politico» e a un «durissimo scontro elettorale». Ma è davvero difficile seguire il presidente quando, appellandosi a uno «sforzo di responsabile ponderazione», invita in tono perentorio a porre immediatamente fine alla campagna di veleni contro il presidente della Camera, come se non sapesse che la richiesta di dimissioni di Gianfranco Fini ha proprio lo scopo di difendere il prestigio delle istituzioni.
Questa «campagna gravemente destabilizzante» - sono le parole testuali di Napolitano - non è infatti motivata solo dallo scandalo dell'appartamento di Montecarlo, lasciato in eredità da Anna Maria Colleoni al vecchio Msi per finanziare la «Buona battaglia» è finito, per vie a dir poco tortuose, nella disponibilità del cognato della terza carica dello Stato: per quanto si difenda a colpi di comunicati e di querele, ignorando anche l'evidenza (Il Giornale ieri ha dimostrato che, contrariamente a quanto afferma, egli era al corrente di tutto e tutto ha avallato), difficilmente Fini riuscirà a sottrarsi allo stigma morale che colpisce chi ha fatto prevalere i suoi interessi familiari su quelli del partito. Anche se la procura non dovesse formulare nei suoi confronti alcuna ipotesi di reato (appropriazione indebita?) questo dovrebbe bastare per indurre un autoproclamato campione della legalità a fare un passo indietro. Ma, al di là di questo episodio, è la pretesa di ricoprire contemporaneamente due ruoli tra loro incompatibili a rendere insostenibile la sua posizione. Non si può essere in un momento il presidente della Camera espressione della maggioranza, ma istituzionalmente fuori dalla mischia, e nel momento successivo il capo (virtuale, perché Fini si è ben guardato dall'esporsi formalmente) di una fazione del Pdl che minaccia di fare cadere il governo. Con i suoi continui attacchi al presidente del Consiglio e l'aperta istigazione alla «secessione dei 44», l'ex capo di An ha assunto un ruolo che nessun detentore della sua carica aveva mai osato avere.
Pertanto, se il Capo dello Stato vuole, giustamente, che la legislatura arrivi a compimento, e che il governo possa esercitare le sue funzioni senza vedersi mettere sempre i bastoni tra le ruote, non dovrebbe perciò impedire che ai vertici del Pdl venga fatta chiarezza, né scambiare una legittima inchiesta giornalistica per una campagna di veleni.

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