Il vuoto di etica nella politica

Dietro il caso Fini, c’è una questione più grossa e cruciale: il vuoto di etica nella politica. Scriveva Sergio Romano ieri su Il Corriere della Sera che i sondaggi di cui si dà notizia in questi giorni non devono fuorviare. È possibile, anzi quasi certo, che nel caso di elezioni anticipate le preferenze elettorali andrebbero allo schieramento di centrodestra (ed è questa la ragione, eticamente discutibile, per cui il centro sinistra e Fini vorrebbero tutti i «nuovi governi» possibili ma non nuove elezioni). Ma si vota per rassegnazione o per mancanza di alternative convincenti. Il vuoto di etica allarga il solco tra la politica e la gente, disorienta, sconforta e toglie quella fiducia verso il futuro senza la quale una nazione si deprime e non cresce. Con questo non si vuol dire che non esiste una questione morale. Anzi è massima. Il fatto è che nessuno la risolve perché si preferisce utilizzarla per fini politici in modo spregiudicato.
Fa scandalo oggi la casa di Fini come ieri la barca di D'Alema, le vallette raccomandate da Berlusconi o certe manovre di finanziamento di partito abilmente operate da Di Pietro. O ancora le conversazioni di Fassino che esulta perché «abbiamo una banca»...
Un caso dopo l'altro. Ed uno dopo l'altro apparentemente evaporano ma restano nei cassetti che qualcuno (avversario politico, giornalista interessato o magistrato politicizzato che sia), potrà riaprire in base agli interessi del momento. Nei mesi scorsi abbiamo avuto inchieste aperte su opere pubbliche e incarichi contrattati fra gruppi e personaggi autorevoli. Da quella riguardante la Protezione civile all'ultima sulla cosiddetta P3 (a proposito: non se ne parla più?). Viene fuori un contesto indecente, dove uomini e imprese ottengono o sollecitano favori in un giro di clientele più o meno ampie, più o meno raffinate. Un contesto particolarmente legato al centrodestra. Ma ci chiediamo: se fossero rese note conversazioni telefoniche legate a inchieste come quella sulla sanità in Abruzzo oppure in Puglia, sarebbero emersi contesti diversi riguardo a clientele e rapporti tra uomini e gruppi del centrosinistra? Si può andare avanti cosi? E verso dove?
Se di politica e morale si vuol discutere allora bisogna affrontare tre questioni. La prima è l'affermazione del merito e della competenza come parametri di riferimento esclusivi per nomine e incarichi negli enti pubblici. Mentre per ora molto o tutto è determinato dalla appartenenza a circuiti politici dal potere incontrollabile. La seconda è nel rapporto tra economia ed istituzioni, ossia tra imprese e opere pubbliche da affidare con meccanismi di concorrenza trasparenti che siano compatibili con l'efficienza. La terza è nel rispetto assoluto del quadro costituzionale che delinea rapporti di autonomia tra ruoli e organismi da cui dipendono funzioni sostanziali. In poche parole magistratura, parlamento, governi e partiti devono agire senza che uno invada il campo dell'altro, come invece avviene progressivamente da oltre un ventennio. Ma non vediamo nulla di tutto questo nelle polemiche roventi che infuocano questo Ferragosto. Vediamo invece il perpetuarsi dell'uso politico della questione morale di cui dicevamo sopra, con la conseguenza di una rissa di tutti contro tutti. Non è certamente quello che serve alla nostra democrazia.
È necessario riscrivere le regole. Soprattutto in questo momento così difficile. La ripresa economica stenta a decollare e mentre tutto il mondo si interroga sul futuro della produzione e dell'industria l'Italia continua a perder tempo sulle vicende personali di questo o di quel singolo esponente politico. Questo sforzo di riforma deve impegnare tanto la maggioranza quanto l'attuale opposizione. Anch'essa in altri tempi ha sentito il cattivo odore del letame. In gioco c'è la tenuta stessa delle istituzioni. Bisogna evitare che la battaglia per la moralizzazione della politica si trasformi nella politicizzazione della morale.

fondi@gds.it

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