L'insensata frenesia estiva di velocità

Sono circa quindici milioni gli italiani che, secondo le previsioni, in questo fine settimana stanno lasciando i loro luoghi abituali di residenza per andare in vacanza. Con il mese di agosto, anche quest’anno l’esodo estivo tocca la sua punta massima. E, con esso, raggiunge il livello di guardia anche l’intensità del traffico su strade e autostrade. Con le solite conseguenze: rallentamenti, lunghe code e, soprattutto, alto rischio di incidenti. La pressione dello stress accumulato nei lunghi mesi di lavoro, l’ebbrezza della vacanza a lungo agognata, la fretta di arrivare a destinazione, si traducono, per molti, in una frenesia di velocità.
E tutto ciò aumenta in modo esponenziale i pericoli connessi all'uso dell'auto. Di fronte al fenomeno, si può innanzi tutto dare qualche consiglio abbastanza ovvio di prudenza. Il buon senso è il più efficace - anche se non il più diffuso - antidoto alle insidie della distrazione, dalla stanchezza, dall'impazienza, e il ricorso ad esso consente di prevenire con un minimo sforzo situazioni imprevedibili, che possono in certi casi essere drammatiche.
C'è però anche un altro livello di riflessione, più profondo, che forse può avere degli effetti pratici meno immediati, ma alla lunga più decisivi, ed è quello che riguarda il modo di concepire le vacanze. A monte di tante forme di aggressività e di incoscienza, che possono rendere tragicamente alto, per tante famiglie, il prezzo pagato per l'esodo estivo, sta in realtà un modo sbagliato di concepire quest'ultimo. Un modo che ne annulla, per cominciare, il significato letterale. «Esodo» vuol dire «uscita» e indica, perciò, un «andar oltre» gli assillanti ritmi della vita quotidiana, con la loro fretta, la loro ansia, la loro tensione nervosa. Invece noi, andando in vacanza, tendiamo a non «uscire» affatto da questo clima soffocante ed esasperante, ma lo riproduciamo nei nuovi contesti delle ferie estive.
Da qui scenari che ricordano maledettamente quelli che vorremmo esorcizzare e che abbiamo per tanto tempo sognato di lasciarci dietro le spalle: la stessa confusione, lo stesso rumore assordante, gli stessi riti che caratterizzano la società di massa dentro le città e i nostri ambienti di lavoro, ci aspettano puntualmente sulle strade e nelle località di villeggiatura. Le stesse nevrosi, la stessa difficoltà di rapporti con i familiari e con gli amici, se non addirittura acuiti dalle nuove situazioni in cui li si vive. Le stesse lunghe, snervanti code create dal traffico, con le liti, l'esasperazione, la voglia di recuperare premendo l'acceleratore più del consentito.
Qualcuno dirà che purtroppo ci sono dei disagi legati al numero, rispetto ai quali non c'è molto da fare. Non è esatto. Innanzi tutto si parla da tanto tempo, ma con scarsi risultati, di vacanze che sarebbero più razionali se fossero scaglionate nel tempo e non si concentrassero per tutti nello stesso periodo. Ma vorremmo restare fedeli al filo della nostra riflessione ed evidenziare che, dietro i disagi in questione, sta un costume diffuso e che esso, a sua volta, dipende da una mentalità, da una cultura, da un modo di concepire il riposo che sono la vera causa degli inconvenienti che stanno sotto i nostri occhi e di cui gli incidenti stradali sono la più grave ed evidente manifestazione.
Il problema è che non abbiamo più neppure l'idea di che cosa voglia dire veramente riposare. Gli antichi romani parlavano di otium, considerandolo il momento più alto e più intenso della vita, ma è significativo che noi abbiamo tradotto questo termine con «ozio» che, come è noto, è «il padre dei vizi», dunque qualcosa di negativo. Per noi, al massimo, il riposo coincide con un «tempo libero» che fa da intervallo tra due fasi di lavoro: ci si ritempra dalle fatiche dei mesi precedenti, per affrontare con più efficienza quelle che ci aspettano alla ripresa delle attività. In questo modo, però, il riposo è puramente funzionale a ciò che i latini chiamavano neg-otium, «lavoro», dove la stessa forma negativa del termine suggerisce che essi lo concepivano come un «di meno», un impoverimento rispetto all'otium.
Con quest'ultimo termine, infatti, si intendevano quei momenti della vita umana in cui, liberi dalle scadenze e dalla pressione degli impegni quotidiani, si può riprendere un rapporto più libero e più profondo con la natura, con le persone, con se stessi. E questo sarebbe terribilmente attuale nel nostro tempo. Perché noi ormai spesso non abbiamo più né tempo né occasioni, nel corso dell'anno, per uscire dalle nostre giungle di cemento, e tanto meno da quell'altra giungla che sono le relazioni umane puramente esteriori, convenzionali. Soprattutto non abbiamo più tempo né occasioni per fermarci e incontrare noi stessi.
Così concepito, il riposo estivo non sarebbe una «vacanza» - che letteralmente significa un «vuoto», un'assenza di lavoro - , ma una pienezza che potrebbe poi riversarsi per il resto dell'anno sulle attività abituali e dar loro significato. E non sarebbe segnato tristemente dal riprodursi delle nevrosi e della violenza che caratterizzano, nostro malgrado, il «terribile quotidiano», traducendosi in comportamenti aggressivi e pericolosi a sé e agli altri anche sulle strade.
È possibile, oggi, vivere così - come un vero «esodo», un vero «andar oltre» - il periodo delle ferie? Le situazioni esteriori, è chiaro, non sono favorevoli. Ma, se è vero quel che abbiamo detto fin qui - e cioè che alla base di esse sta una cultura, un modo di pensare dominante - , dipende solo da noi cambiarle, magari con piccoli passi che, a poco a poco, modifichino almeno il nostro approccio personale alla «vacanza». E il primo potrebbe essere quello di non premere l'acceleratore più del ragionevole, quando si è in viaggio, rischiando assurdamente la vita propria e quella altrui.

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