Il fallimentare modello economico siciliano

Un’altra tegola si abbatte sulla Sicilia; dopo la forte contrazione dei consumi alimentari, la più marcata del dopoguerra, oggi Unioncamere preannuncia per il 2010 una nuova perdita di posti di lavoro, per quasi 13.000 unità. Questo dato assegna alla nostra regione il non invidiabile primato di peggiore d'Italia e conferma il permanere dell'Isola al primo posto nel Paese per il più alto livello della disoccupazione. Che la crisi sia grave, è noto a tutti. Ma che abbia attaccato il delicatissimo comparto dei consumi alimentari ingenera più di una preoccupazione, oggi aggravata dall'annuncio dell'ulteriore perdita di 13 mila posti di lavoro, che si vanno a sommare ai 50 mila andati in fumo negli ultimi diciotto mesi.
È il fallimento di un modello economico che ha puntato tutto sulla dilatazione degli occupati nella pubblica amministrazione, in alternativa al lavoro vero ed allo sviluppo reale. Uno stipendificio codificato ed alimentato da mille promesse, prima fondato sulla temporaneità del rapporto e poi ostinatamente portato avanti nel nome di una doverosa battaglia sociale. Un modello che alcuni, tra le forze politiche siciliane, si ostinano a considerare surrogatorio del lavoro che non c'è; una sorta di ammortizzatore sociale.
In realtà si tratta di un modello finanziariamente insostenibile e decisamente iniquo. Che non sia finanziariamente più sostenibile lo confermano infatti i conti pubblici regionali. Che sia anche iniquo lo conferma la risposta, meno che parziale, che da questa via arriva alla drammatica, irrisolta ed amplissima domanda di lavoro che si genera nell'Isola.
D'altra parte come considerare una risposta efficace, un modello che garantisce 100-120 mila precari pubblici, in qualche modo «privilegiati» da una instabile condizione di pubblico dipendente, mentre altri 750.000 siciliani cercano, a vario titolo, un lavoro.
È a dir poco curioso che in una regione dove prevalgono forze politiche di centro destra, portatrici per definizione del gene del «mercato», debba essere invece un esponente della sinistra, come è successo con l’onorevole Cracolici a Tele Giornale di Sicilia, a invocare un «alleggerimento» dei ruoli pubblici. Anche in una fase storica nella quale le differenziazioni ideologiche risultano anacronistiche, questi avvenimenti lasciano confusi e perplessi.

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