Afghanistan, rischio ko per l’America

L’America rischia la sconfitta in Afghanistan. I talebani non sono mai stati così forti dall'inizio della guerra, i pachistani non hanno mai smesso di fare il doppio gioco. Se sono vere tutte le rivelazioni contenute nei 91 mila documenti resi pubblici dal New York Times senza l'autorizzazione governativa, l'allarme è più grave delle previsioni. E ciò spiega le incertezze e l'apparente contraddizione che da diverso tempo affiorano nelle iniziative politiche e militari americane a Kabul e dintorni, compresi i frequenti cambi di strategia e i «rimpasti» delle più alte cariche militari. Si discuterà, più tardi, sulla opportunità e liceità della pubblicazione se non della stessa raccolta di documenti e testimonianze, che ricorda uno scoop del quotidiano newyorkese al tempo della guerra in Vietnam: i famosi «Pentagon Papers».
Ma le coincidenze allarmanti vanno ancora più lontano: sempre nel Sud-Est Asiatico ma addirittura agli anni Cinquanta, quando l'America non era ancora impegnata in Vietnam e a combattere c'erano ancora i francesi, al momento della loro sconfitta decisiva, che passò alla storia sotto il nome di Dienbienphu. Fu una decisione fatale, basata sulla utilità di stabilire avamposti» in aree controllate dal nemico per bloccargli i rifornimenti. A Dienbienphu la Francia impegnò il fior fiore del suo esercito coloniale e lo cacciò in una trappola per colpa di una falsa valutazione delle possibilità militari dei Vietmihn. Parigi si giocò tutto su una carta sola e, persa quella partita, dovette andarsene dall'Indocina. Il caso americano non è così grave, anche perché la strategia consisteva, dal 2005 in poi, nello stabilire diversi piccoli avamposti per controllare determinate aree e, questa la convinzione, stabilire migliori rapporti con la popolazione civile e attrarla dalla parte dell'America e del governo da essa insediato a Kabul. Almeno in un caso, quello dell'Avamposto di Battaglia Keating aperto nel 2006 non lontano dalla frontiera con il Pakistan. L'operazione apparve subito poco promettente, fino a che, il 17 febbraio 2007, i talebani non cominciarono a stringere d'assedio l'area e le truppe Usa si trovarono a poco a poco costrette ad arrendersi. Fu un motivo in più per convincere Obama e il suo comandante in capo in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, a cambiare la strategia e a riconcentrare le forze in un numero ridotto di aree meglio protette. Ma per l'Avamposto Keating era troppo tardi: il 3 ottobre 2009 i talebani scatenarono l'offensiva e riuscirono in breve tempo a sopraffare la guarnigione, finché il comando Usa non decise di abbandonare la base.
Un episodio simbolico ma non isolato. Gran parte dei quasi centomila documenti e registrazioni ora rese note indicano un deterioramento della situazione militare. Altri motivi di allarme erano la crescente capacità militare dei talebani, da un certo momento in poi forniti di missili terra-aria portatili del modello attratto dal calore degli aerei e degli elicotteri Usa, lo stesso che vent'anni prima l'America aveva fornito ai predecessori, gli integralisti islamici che combattevano gli occupanti sovietici fino a costringerli al ritiro nel 1989. Gli elicotteri che cadevano erano adesso americani. Inoltre il Pakistan, rivela sempre quell'archivio segreto, non ha mai interamente desistito dal suo «doppio gioco», soprattutto da parte dei servizi segreti militari, che aiutano sotto banco i talebani mentre il governo di Islamabad collabora con Washington. Dettagli che si accumulano per confermare come mai gli Stati Uniti non siano riusciti finora, investendo in questa guerra quasi trecento miliardi di dollari, a tenere sotto controllo l'Afghanistan. Uno dei motivi è senza dubbio la scarsa attenzione dedicata a questo fronte da Bush, presa dalla sua fissazione sull'Irak. Il giorno in cui il primo soldato Usa mise piede a Kabul, l'ex generale russo Gramov ricordò il come e il perché del suo fallimento e avanzò per l'America una prognosi adeguatamente allarmata. Trovando sempre nuove conferme: il presidente Karzai ha detto di recente «Ho dato a tutti una chance di sconfiggere i talebani, per nove anni. E dov'è la vittoria?». Se lo chiede anche Obama, che da tempo sospetta che un compromesso politico sarebbe il male minore.

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