Fini difende Granata: "Sono altri che dovrebbero andarsene"

Il presidente della Camera risponde con durezza a chi chiede la testa del collega di partito: "A casa i vari Verdini, Dell'Utri e Cosentino, che sono indagati". Ormai è scontro totale con Berlusconi

ROMA. A chi gli chiede di sconfessare Fabio Granata per le sue esternazioni su mafia e politica, a chi esige che lui dica qualcosa di chiaro e definitivo sul caso prima che il suo fedelissimo sia deferito ai probiviri del Pdl, Gianfranco Fini risponde con durezza. Un partito intitolato alla libertà, scandisce, "non può considerare un provocatore chi pone la questione morale", "non può reagire con anatemi e minacciando espulsioni" al dissenso perché è "illiberale".  E aggiunge anche, il Presidente della Camera, che è bene tenere alta la bandiera del garantismo, ma "é inopportuno continuare a mantenere incarichi politici quando si è indagati".     


Parole incendiarie, soprattutto se si pensa che la terza carica dello Stato le pronuncia nel giorno in cui uno dei tre coordinatori del Pdl, Denis Verdini,  si presenta davanti ai pm di Roma nella settimana chiave per l'inchiesta sulla P3, dopo essersi dimesso dalla presidenza del Credito Cooperativo Fiorentino. Tocca quindi, nell'irritato silenzio del premier, agli altri due coordinatori reagire: Sandro Bondi punta il dito contro Fini e lo accusa di essere venuto meno al proprio ruolo istituzionale, Ignazio La Russa ancora invoca che lasci la Presidenza della Camera per fare il ministro. Non lo farà mai, ribattono in coro i finiani, "fino all'ultimo giorno della legislatura". E' Fini stesso del resto, in collegamento telefonico con la prima affollata convention di Generazione Italia a Napoli, a ricordare: "il Pdl è la nostra casa, e dopo averla fondata non c'é alcuna intenzione di lasciarla, ma anzi abbiamo il dovere di impegnarci dall'interno per renderla migliore".     


Altro che mettere al bando Granata. Per i finiani "piuttosto davanti ai probiviri dovrebbero andare i casi Verdini, Cosentino, Dell'Utri". E intanto Fini ricorda che "le leggi non possono essere un salvacondotto per i furbi",  batte e ribatte sul tasto della legalità ben sapendo che proprio questo é insopportabile per il premier: passare come chi non bada abbastanza al rispetto delle regole e al comportamento integerrimo della sua classe dirigente, non avere quella "etica del comportamento" della quale ancora oggi Fini va parlando. Per questo chi è vicino al premier e ne interpreta il pensiero parla ormai di 'scontro totale' con Fini, che ancora con il suo comportamento di oggi dimostra di non cercare la ricomposizione e con il quale non ha senso ora pensare di potersi sedere intorno ad un tavolo.


Possibile che oggi, di fronte al gruppo riunito in notturna nella Sala della Regina di Montecitorio, il Cavaliere chiamerà i suoi deputati a serrare i ranghi in vista del passaggio in Aula di intercettazioni e manovra. Ma al redde rationem con i finiani difficilmente si arriverà in questa occasione. Le truppe del presidente della Camera staranno ben attente a non compiere passi falsi. Intanto l'ex leader di An non tralascia neppure il delicato rapporto con la Lega, ricordando che il federalismo fiscale non potrà danneggiare il Sud.

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