Le conseguenze del fondamentalismo islamico

Soltanto da qualche anno si comincia a riflettere seriamente sull’Islam e soprattutto sulle conseguenze del fondamentalismo, che ha fatto scaturire l’11 settembre, la guerra al terrorismo internazionale, i due conflitti ancora in corso (Iraq e Afghanistan) e così via. Ora i saggi seguono ai reportage di guerra e alle inchieste giornalistiche. Ne vogliamo segnalare qualcuno. Innanzitutto VerdiRossiNeri di Alexandre Del Valle (Lindau edizioni). L’autore è un politologo e saggista francese, insegna geopolitica dell’Islam all’Università europea di Roma. Nel suo saggio sostiene che i tre totalitarismo più pericolosi – l’islamismo fondamentalista, il comunismo e il neonazismo – hanno sempre dichiarato di avere lo stesso nemico: le democrazie occidentali (Europa, Stati Uniti, Israele) fondate sui diritti dei cittadini, sulla laicità dello Stato e sulla netta separazione dei poteri statali e religiosi. Si tratta di conflitti noti, conosciuti sin dalla seconda guerra mondiale con l’alleanza antisemita tra il Gran Mufti di Gerusalemme e Hitler. Da allora gli attentati, sempre con caratteristiche antisemite, si sono susseguiti in ogni parte del mondo.
L’alleanza tra gli opposti estremismi sta cambiando la fisionomia stessa dell’Occidente, a cominciare dall’Europa. Infatti è sotto gli occhi di tutti la «conquista» musulmana (innanzitutto demografica, poi culturale, politica e giuridica) in atto da alcuni decenni con la crescita del negazionismo, dell’anti-imperialismo, del rifiuto del mercato, della inarrestabile e silenziosa azione di lobby della Conferenza islamica (Oci) all’interno dell’Onu. Tutto questo ha ribaltato equilibri consolidati, che hanno profondamente diviso l’Occidente. La documentazione di questo saggio è così vasta e rigorosa che ci fornisce ampi motivi di riflessione e di preoccupazione.
A conferma delle tesi espresse nel saggio di Del Valle un libro, uscito per le edizioni Salerno, di Beverley Milton-Edwards, Il fondamentalismo islamico dal 1945. L’autore, che insegna politica internazionale alla School of Politics della Queen’s University di Belfast, analizza la nascita del fondamentalismo islamico subito dopo la seconda guerra mondiale, imponendosi come la più pericolosa minaccia alla sicurezza dell’Occidente. Milton-Edwards si sofferma non solo sul Medio Oriente, ma guarda al mondo musulmano nel contesto globale per comprendere meglio tutti gli aspetti del fondamentalismo islamico nel mondo.
Ancora più didascalica l’analisi di Renata Pepicelli (ricercatrice all’Università di Bologna) nel libro Femminismo islamico (Carocci). La studiosa affronta un tema difficile, cercando di rispondere a questa domanda: si può essere musulmane e femministe allo stesso tempo? Sappiamo che in diversi Paesi islamici (Iran, Iraq, Iran, Yemen, Pakistan, ecc.) le donne che non rispettano la Sharia (la legge islamica) vengono prese a scudisciate, condannate a morte per lapidazione o per impiccagione e così via. Ma la ricercatrice è più ottimista: il Corano, dice, sancisce «l’uguaglianza tra i generi» e, sulla base di letture alternative ai testi sacri, attiviste e teoriche si battono, anche in Oriente, per la riforma dei codici giuridici che ancora sanciscono l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini. Dalla ricerca emerge che il mondo musulmano, anche quello visto dalla parte delle donne, è variegato e in continua trasformazione. Speriamo sia vero.
Infine, delle vittime che può provocare l’esasperato radicalismo musulmano ne ha scritto anche la portavoce dell’Associazione della comunità marocchina delle donne in Italia e deputato del Pdl, Souad Sbai, nel libro L’inganno-Vittime del multiculturalismo (Cantagalli). L’autrice riflette sul senso della diversità culturale nei nostri tempi e sui rischi e le implicazioni che ne derivano in termini di limitazioni ai diritti umani fondamentali. Souad si sofferma, in particolare, sulla condizione delle donne musulmane vittime del fondamentalismo e sottoposte a una doppia discriminazione. Una sfida anche per l’Italia che deve sapere affrontare l’integrazione delle donne sottoposte al condizionamento culturale e religioso dei Paesi d’origine.

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