Barack Obama e il suo gol "dello zoppo"

Forse è stato soltanto un gol dello zoppo, di quelli che riescono talvolta ai calciatori relegati all'ala a fine di partita se non addirittura di carriera. E forse è stato il gol che ha cambiato il volto della partita, del campionato e, proprio, della carriera. In questo caso del presidente degli Stati Uniti. Barack Obama ha fatto un gol importante proprio nel momento in cui almeno metà degli americani, se non addirittura la maggioranza, pensava che fosse auspicabile chiamarlo alla panchina. Il Congresso ha approvato, dopo settimane di dibattiti, mesi di trattative e almeno un anno di esitazioni, la riforma finanziaria di cui l'America aveva bisogno e che segna probabilmente una svolta vera e profonda, una alterazione degli equilibri che negli ultimi tempi l'hanno retta con i risultati che si sono visti con la catastrofe finanziaria del 2008 le cui conseguenze sono tutt'altro che guarite e che, soprattutto fino a ieri, non si escludeva potesse ripetersi. Dopo la Camera, il Senato ha approvato una ambiziosa legge che reintroduce importanti "regulation" che dovrebbero rimettere le briglie sul collo di Wall Street dopo decenni in cui il potere finanziario aveva eroso quello politico. A cominciare dai praticanti di quella "magia nera", che ai non addetti è nota come "derivativi" uno strumento di speculazioni vertiginose, profitti miracolosi per i furbi, disastri per altri. Da ora in poi questo gioco dovrebbe essere più difficile, più ristretto, addirittura scoraggiato. Obama ha esitato a lungo prima di convincersi che questo era necessario e ancora più a lungo ha dovuto combattere per convincere il Congresso che, nonostante sia a maggioranza democratica, è notevolmente riluttante a muovere contro le lobby più potenti. Anche il voto di poche ore fa al Senato, quello decisivo che ora ha messo la legge nelle mani del presidente per la firma, è stato più stretto di quanto sembri dalle cifre: 60 sì contro 39 no. Solo in teoria la maggioranza, su un totale di cento, è 51. In realtà ne occorrono 60 e i democratici sono rimasti in 57. A salvarli sono arrivati stavolta tre senatori repubblicani, convinti della opportunità e della necessità "patriottica" di questa legislazione.
Un gesto particolarmente significativo perché compiuto sullo sfondo di una profonda erosione della popolarità del presidente e della fiducia nel suo partito. Eletto con una maggioranza "di sogno", di quelle che comunque durano pochi mesi o settimane, Obama è scivolato indietro quasi costantemente in più di un anno e mezzo, come se si appoggiasse sulle sabbie mobili. Gli ultimi sondaggi rivelano che hanno fiducia in lui soltanto 42 americani su cento, che scendono a 32 per quanto riguarda il Partito democratico. È vero che le quotazioni dei repubblicani in Congresso sono ancora più basse, 28 per cento; ma quella è l'opposizione e le nuove elezioni parlamentari sono vicine e la tentazione di votare contro è naturale e quasi invincibile quando la gente è scontenta. Per la prima volta in diversi anni più elettori si preparano a votare repubblicano più che democratico, più americani ritengono che le cose andrebbero meglio con un cambio di maggioranza in Congresso, più gente disapprova la conduzione dell'economia da parte di Obama. La Casa Bianca non è in palio il prossimo novembre e non lo sarà per altri due anni, ma il pronostico dice che la maggioranza democratica alla Camera dovrebbe ridursi al minimo e che i repubblicani potrebbero addirittura riconquistare il Senato. Già ora, del resto, per strappare un "sì" su una legge così importante la Casa Bianca ha dovuto pagare contropartite di peso, fra cui una parziale ma sostanziale "amnistia" al gigante di Wall Street che simboleggia le manovre ora dichiarate illegali. La Goldman Sachs dovrà pagare 550 milioni di dollari di multa, ma potrà tenersi gli altri tre miliardi e mezzo che le sono fruttate quelle manovre.
Ma nonostante tutto il "gol dello zoppo" potrebbe ancora avere cambiato la faccia della partita. Ci sono economisti di fama che ritengono che la nuova legislazione segni "una trasformazione nel capitalismo moderno", una fase nuova dopo quella del laissez-faire chiusa dalla Depressione degli anni Trenta, quella dell'interventismo statale affondata nella stagflazione degli anni Settanta e quella neoliberista inciampata nella catastrofe del primo decennio del nuovo secolo.

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