Manovra, la maggioranza non si sgretola

La matematica non è un'opinione e la forza dei numeri ha reso netto il passaggio della manovra, cioè dei tagli, al Senato. Effetto della fiducia che ha avuto un esito decisamente contrario a quello ipotizzato dalle opposizioni. La maggioranza non si sgretola, non implode, non esplode. Va avanti.
La manovra prevede interventi per 24 miliardi di euro, una manovra consistente, si può definire anche pesante. L'ordito del provvedimento è stato approvato e incoraggiato dai vertici dell'Unione Europea e dagli organismi internazionali.
L'Italia ha bisogno di questa correzione dei conti, deve mantenere gli impegni sulla riduzione del deficit e soltanto con i conti in ordine potrà favorire e stabilizzare la ripresa che è già cominciata.
Il ministro Giulio Tremonti dopo il voto è apparso legittimamente soddisfatto, e a ragione. Dopo aver tenuto testa a governatori di ogni colore. A sindaci e presidenti di provincie, ha dovuto subire gli attacchi insidiosi di qualche esponente del Pdl: la vecchia abitudine dell'assalto alla diligenza sul calar del sole non è del tutto passata. Ma Tremonti ha tenuto e il suo prestigio internazionale è intatto, l'attitudine a reggere la barra dell'economia è consolidata.
Non meno soddisfatto Silvio Berlusconi che ha dato il massimo della fiducia e della copertura al suo ministro dell'Economia in un momento in cui più violente si manifestavano le pressioni dall'esterno e più subdole erano le insidie all'interno della coalizione.
Il passaggio della manovra alla Camera può considerarsi scontato.
Si protrarranno l'opposizione di Regioni, Provincie e Comuni, ma è da escludere che queste agitazioni e queste prese di posizione possano modificare la qualità e la misura della manovra. Insomma, il governo tira dritto.
L'opposizione catastrofista sperava che qualche segno di insofferenza e di rottura si levasse dal Pdl. Il grande partito del centro destra ha i problemi tipici di una coalizione estesa le cui componenti hanno matrici diverse ma pare proprio che questi dissensi non siano tali da stravolgere, né punto né poco, la rotta dell'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi.
L'opposizione coltiva i suoi sogni ma ogni tanto dovrebbe essere colta dal dubbio che a disgregarsi possa essere, prima ancora del Pdl, il Pd. La posizione di Bersani non è per niente salda, Di Pietro è più che mai capace di creare polemiche astiose con gli alleati. Non emerge, proprio sul contrasto alla crisi globale una posizione democratica che sia concorde e credibile.
La sorte della manovra dimostra, inoltre, quanto fosse velleitaria e intempestiva la proposta - scaturita chissà da dove chissà da chi - di un governo di unità nazionale. Il governo di centro destra c'è già e quando vuole sa battere i suoi colpi.
Anche il contrasto Berlusconi-Fini, che certamente esiste, rischia di diventare una componente decorativa del quadro politico italiano senza conseguenze pratiche. Tutti gli esponenti del centro destra hanno qualcosa da perdere in caso di rottura, senza contare il giudizio negativo che darebbe l'elettorato moderato italiano. Poi ci sono gli attacchi esterni a Berlusconi, magari per interposto dirigente. L'opposizione gioisce per le dimissioni di Cosentino ma questo premio di consolazione non annulla i sospetti e le fondate ironie suscitate dalla presunta P3, quella, per intenderci, "dei tre sfigati". Il governo ad ogni modo va avanti.

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