Il percorso lungo e difficile del premier Berlusconi

Il treno sul quale sono saliti Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini è partito, ma è presto per dire se arriverà a destinazione e quale percorso seguirà davvero. L'altra sera un ospite della cena alla quale ha partecipato con Pierferdinando Casini gli ha fatto notare che le elezioni per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura si sono svolte con la vecchia legge elettorale, ancora dominata dalle correnti. "Era la premessa per la riforma della magistratura e voi siete al governo da due anni…". Berlusconi è rimasto colpito e ha spiegato che la sua maggioranza non è riuscita a trovare un accordo su questo e su tanti altri temi. Non era l'occasione per fare outing, ma il catalogo delle doglianze è noto. La vicenda Brancher lo ha scottato. La presenza di Tremonti e di Calderoli al giuramento del ministro chiariva meglio di ogni indiscrezione com'era nata la candidatura. Solo per un colpo di sole il presidente del Consiglio avrebbe potuto nominare un titolare del federalismo senza il consenso di Bossi, che poi si è sfilato per la rivolta della sua base. Tremonti è un ottimo ministro dell'Economia e durante la crisi il suo potere è immenso e incontrastato. La cancellazione di alcuni emendamenti e l'inserimento di altri (le quote latte, per esempio) confermano quanto sia forte la sua adesione sentimentale agli interessi leghisti. E poi c'è la questione Fini che dovrà essere risolta in qualche modo: il presidente della Camera non ha alcun interesse ad accelerare i tempi. Lui è la goccia. Berlusconi è la pietra. Ma la goccia scava la pietra e il presidente del Consiglio non vuole lasciarsi logorare. Non è un Mariano Rumor e nemmeno un Giulio Andreotti, che nella Prima Repubblica poteva contare sempre su un girone di ritorno. Ha le sue sole soddisfazioni in politica estera. Il monumento (lusinghiero, ma non sorprendente, dice lui) che Barak Obama gli ha fatto in una intervista al 'Corriere della Sera' secondo Berlusconi è la punta di un iceberg di soddisfazioni che spaziano dalla Libia alla Russia, transitando per delicatissime vicende del Medio Oriente. Ma da consumato analista della pubblica opinione, il Cavaliere sa che la gente in Italia si aspetta ben altro da lui. Per questo ha bisogno di cambiare passo al governo. Per questo ha bisogno di Casini.
A cavallo tra il 2007 e il 2008 Fini e Casini stavano per fare un partito insieme alle spalle di Berlusconi. Le elezioni anticipate e l'improvvisa decisione di Fini di schierarsi con il Cavaliere determinarono una formidabile rottura con il leader dell'Udc che non gli ha parlato per un anno. Poi si sa com'è fatta la politica e i due hanno ripreso a vedersi. Ma l'idea del Terzo Polo oggi non è realistica. Berlusconi gli sta facendo ponti d'oro per rientrare al governo e gli manda ogni giorno piccoli segnali (per esempio, qualche conferma e qualche promozione di suoi uomini alla Rai). Casini li accetta, offre i suoi voti nelle molte occasioni condivise, ma allo stato vuole tornare al governo attraverso una crisi e un passaggio parlamentare che gli consenta di giustificare dinanzi si suoi elettori il forte mutamento di strategia. Berlusconi sa che serve qualcosa di più solido e solenne di un rimpastino, ma non può permettersi una crisi per due ragioni. La prima è che i suoi elettori non la capirebbero, la seconda è che le crisi si sa come si aprono ma non come si chiudono. E pur manifestando tutto il suo rispetto al capo dello Stato, Berlusconi non vuole affidargli la sua sorte alla cieca. Il percorso dunque è lungo è difficile. Intanto il Cavaliere ruggisce d'impotenza, ma sa che prima dell'autunno nel concerto di governo si dovrà cambiare partitura.

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