Termini, i sindacati e le parole di Marchionne

Bisogna, forse, interrogarsi sulle ragioni della chiusura se basta una parola per provocare uno sciopero nello stabilimento di Termini. Le parole incriminate sono quelle di Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat che venerdì scorso, con accenti certamente forti si è rivolto alla Fiom. L'ha invitata rudemente «a smettere di prenderlo per i fondelli» sui diritti sindacali visto che lunedì scorso, nell'impianto siciliano, è stato indetto uno sciopero con l'unico scopo di consentire agli operai di vedere Italia-Paraguay. E, sempre secondo quanto riferisce Marchionne, punte di assenteismo si sono registrate in altri impianti. Solo a Termini, però, il sindacato si è mostrato particolarmente permaloso proclamando lo sciopero immediato.


Si possono anche capire le ragioni di tanto nervosismo. Termini, infatti, chiuderà i battenti il 31 dicembre dell'anno prossimo. Nulla e nessuno potrà più salvarlo. Almeno tenendo il cappello Fiat. Il futuro è nelle mani del destino: c'è però da chiedersi quanti imprenditori, al di là delle manifestazioni d'interesse, saranno davvero interessati a investire nello stabilimento siciliano in presenza di una rappresentanza operaia tanto bellicosa.


Anche la scelta di Marchionne va letta bene: a Pomigliano viene concessa un'altra chance. A Termini nessuna. La spiegazione è nota: fabbricare una Punto in Sicilia costa mille euro in più altrove. "Diseconomie" esterne è sempre stata la spiegazione. Intendendo in questo modo il fatto che l'impianto era solo un'officina di montaggio. Una semplice "fabbrica cacciavite" collocata in fondo all'Italia.


Un dubbio: l'Europa è piena di questo tipo di impianti. Soprattutto in Spagna o nel Regno Unito è il sistema utilizzato dalle grandi multinazionali (soprattutto giapponesi) per montare le loro auto. I pezzi arrivano nei container dalla casa-madre e vengono assemblati in Europa prima di andare dal concessionario. Queste fabbriche funzionano abbastanza bene. Perché non a Termini? Perché nessun fabbricante cinese si è mostrato veramente interessato al futuro dell'impianto palermitano? Venendo da Shangai potrebbe essere una soluzione logisticamente appropriata. Certo non c'è prova del contrario. Non esistono investimenti cinesi nell'auto in Europa e quindi parliamo di nulla.


Resta il fatto che un'ora di funzionamento a Termini costa novanta euro per addetto. A Pomigliano 75 e a Melfi 55. In Polonia e in Brasile appena 30. Forse in queste semplici cifre si capiscono le ragioni della scelta fatta da Marchionne. Ha giudicato l'impianto siciliano assolutamente irrecuperabile. Ha puntato le carte sullo stabilimento napoletano recuperando produttività per abbattere costi.


La nuova organizzazione del lavoro è simile a quella di Melfi (a cominciare dai diciotto turni settimanali e dalle regole sugli straordinari). L'impianto campano può diventare un modello come quello in Basilicata. Tutto dipende dal risultato di oggi del referendum. Il radicalismo della Fiom non ha salvato Termini Imerese. Vedremo quali saranno le scelte a Napoli.  

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