Mercoledì, 23 Agosto 2017

Comuni, tante richieste ma poche risorse

Che farebbe una famiglia la quale, dopo avere vissuto per molto tempo al di sopra delle proprie possibilità finanziarie, si trovasse alle strette? Comincerebbe a tagliare le spese stabilendo le priorità, ridurrebbe al massimo gli sprechi e, potendo, cercherebbe di aumentare le entrate. La «famiglia» dei comuni siciliani - fatte le debite eccezioni - continua invece a pensare che, prima o poi, qualcuno dall'alto provvederà. È questa la sensazione che si trae dalle dichiarazioni pubbliche di amministratori e consiglieri.  Forse molti sindaci ritengono che, per dirla con il filosofo austriaco Wittgenstein, «quel che non si può dire, è necessario tacerlo». E dire che i segnali non mancano. Sullo sfondo, ormai immanente, del federalismo fiscale, si registrano già fatti inquietanti. La manovra nazionale di riduzione del deficit e del debito pubblico, presto farà sentire i suoi morsi. Soltanto il comune di Palermo perderà trasferimenti statali per circa 100 milioni di euro nel prossimo biennio. I segnali che arrivano dal governo nazionale sulla stabilizzazione degli oltre 20 mila precari siciliani, non sembrano del tutto rassicuranti; sarà dura convincere, senza contropartite, il ministero dell'economia di una deroga al patto di stabilità.


Eppure la linea è sempre la stessa: andare avanti come nulla fosse; qualcuno ci dovrà pensare. Come interpretare altrimenti la mezza soluzione data al problema della copertura del servizio Amia? Dove troverà il comune di Palermo i 18 milioni mancanti all'appello e che si vanno aggiungere ai 32 milioni tagliati con la manovra governativa? I nostri comuni - e con essi cinque milioni di siciliani - sono chiusi in una trappola mortale. Nel confronto con il resto d'Italia, i comuni siciliani riescono a riscuotere il 40% in meno di imposte, ma beneficiano in compenso di un 40% in più di trasferimenti. In tempi di federalismo fiscale non è un buon viatico. Per ogni residente i nostri comuni incassano tributi per 267 euro e ricevono trasferimenti da Stato e Regione per 523 euro; con un rapporto fra tributi e trasferimenti invertito rispetto al resto del Paese, dove appunto le entrate tributarie sopravanzano i trasferimenti statali. Per decenni «mamma Regione» (siciliana) non ha mai negato una manovrina di fine anno, con la quale ripianare a piè di lista i crescenti disavanzi comunali. La chiamano, con tono rassicurante, assestamento di bilancio! Oggi i conti comunali sono completamente ingessati.


Nei nostri comuni - senza considerare i precari pagati dalla Regione - il costo del personale impegna il 42% delle entrate; nella media italiana, mezzogiorno compreso, si arriva al 32%. E così in Sicilia, stipendi e rate di mutuo assorbono da soli il 66,5% delle entrate, rispetto al 41,8% della media italiana. Certo non fa piacere a chi vive di consenso chiedere le tasse ai propri concittadini. È molto più agevole che ci pensi un'entità esterna. Ed ora che il mostro è stato creato (eserciti di dipendenti, basso livello dei servizi ed omessa vigilanza fiscale) sarà arduo venirne fuori. Nella manovra nazionale è previsto il trasferimento ai comuni,a titolo definitivo, di un terzo dei nuovi tributi che riusciranno a fare emergere. È una situazione nuova per i sindaci e per le loro giunte. Ma non ha alternative. I nostri amministratori raccoglieranno questa sfida? Ancora una volta e con licenza per il copyright verrebbe da dire, non chiedetevi cosa la Sicilia può fare per voi, ma cosa voi potete fare per la Sicilia.

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