Il corteo degli operai Fiat una svolta storica

Una svolta storica. Non è una enunciazione enfatica, per definire la marcia dei cinquemila dipendenti Fiat a Napoli. La data del 19 giugno 2010 è destinata ad avere nella storia dell'industria italiana un'importanza ancor più rilevante del 14 ottobre 1980 quando a Torino sfilarono i quarantamila per protestare contro i sindacati che picchettavano da 35 giorni gli ingressi dell'azienda. A 30 anni di distanza la storia si ripete. Proprio come teorizzava Giambattista Vico, il filosofo partenopeo cui l'impianto di Pomigliano è dedicato. Ma, come sosteneva Benedetto Croce, altro grande pensatore napoletano, la storia non è mai eguale a se stessa. Questa volta, non sono lavoratori esasperati a sottolineare l'arcaicità delle sterili contrapposizioni tra azienda e sindacati. Questa volta, l'accordo è un salto verso il futuro. Da una parte la Fiat che con Sergio Marchionne si libera definitivamente della schiavitù dei contributi pubblici e mette con grande coraggio nero su bianco criteri di competitività globali. Dall'altra la componente più antica del sindacato, rappresentata dalla Fiom ancora schiava di una visione antagonistica tra capitale e lavoro. Dura e pura nel difendere la sterile lamentazione di chi, in questi anni, ha ripetuto che la globalizzazione ruba lavoro agli italiani, perché i dipendenti Fiat brasiliani e polacchi costano meno. È una balla, anche se di successo. Al contrario, sono gli stabilimenti in quei due Paesi che hanno consentito a Fiat di realizzare più utili. Ed è grazie ad essi che si sono difesi i 5 stabilimenti in Italia. Ora che l'azienda alza l'asta dell'ambizione nel mercato mondiale, occorre alzare il contributo anche del lavoro italiano. Solo così si giustificano 700 milioni di investimento a Pomigliano, per 5 mila lavoratori, 15 mila famiglie e 200 altre aziende dell'indotto in un'area socialmente delicatissima come quella napoletana. La Fiom dovrebbe capirlo. Ma non sembra capace perché dovrebbe riconoscere che la classe operaia non è più come il sindacato vorrebbe che fosse e il padrone non ruba il plusvalore ai suoi dipendenti.
I tempi sono cambiati. L'Italia manifatturiera è già virtuosa come la Germania. I dati del commercio estero lo provano. Nella grande crisi l'Italia è stato l'unico Paese del G10, assieme ai tedeschi a difendere le proprie posizioni. Ma se la manifattura italiana è come la Germania, il resto dell'economia pubblica e dei servizi pesa come piombo nelle ali, per la sua bassa produttività, alta inefficienza, chiusura alla concorrenza. Ma anche per una vecchia idea della concertazione. Quella che non decide e rinvia.
Solo nel marzo 2009 Marcegaglia e i sindacati firmarono il nuovo modello per il salario di produttività che ha posto le basi per la svolta su Pomigliano. Senza più fermarsi, anche se la Cgil ha continuato a dire no. L'intesa per alzare la produttività alla Fiat parte dal basso, dalla sussidiarietà. Non dal contratto nazionale, ma da accordi diretti tra aziende e lavoratori negli stabilimenti. Per questo è una grande prospettiva di speranza.
C'è un punto essenziale, nell'accordo, che supera finalmente un tabù per 50 anni considerato intoccabile. Cisl, Uil e Ugl firmando l'accordo hanno deciso di non coprire più i lavoratori disonesti, perché compromettono il posto di lavoro dei più che fanno il proprio dovere. I cinquemila di ieri a Pomigliano hanno chiesto solo di poter lavorare. Affinchè non accada più che un finto sciopero, proclamato da una minoranza, serva solo ad assistere alla partita della Nazionale come accaduto lunedì a Termini e in tutti gli altri stabilimenti della Fiat. Ecco il problema è tutto qui. La Fiom deve stabilire da che parte stare: con i finti scioperanti che vogliono vedere De Rossi e Cannavaro a sbafo dell'azienda o con i lavoratori che pensano al futuro delle loro famiglie. I cinquemila di ieri hanno deciso. Vediamo il resto.

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