Martedì, 22 Agosto 2017

Mafia, stipendi per detenuti e pizzo sul caffè

Le intercettazioni ambientali hanno registrato per cinque mesi scene di "vita quotidiana" dei boss coinvolti ora in un'operazione dei carabinieri (denominata in codice "Eleio") culminata con 15 arresti

PALERMO. In una sala scommesse di Borgo Vecchio, nella zona del porto, si discuteva di tutto: dal pizzo al traffico di droga, dagli "stipendi" per le famiglie dei detenuti al racket del caffé. Le intercettazioni ambientali hanno registrato per cinque mesi scene di "vita quotidiana" dei boss coinvolti ora in un'operazione dei carabinieri (denominata in codice "Eleio") culminata con 15 arresti.  L'indagine ha ricostruito le attività di un gruppo legato al clan di Porta Nuova del quale facevano parte il "reggente" Gaetano Lo Presti, Giovanni Lipari, Gerlando Alberti, nipote e omonimo di uno dei capi storici di Cosa nostra, Salvatore Milano e Antonino Abbate. Proprio lui viene indicato come il personaggio-chiave, l'elemento più impegnato nella gestione dei rapporti con gli imprenditori e i commercianti taglieggiati ma anche con i gregari e perfino con la gente del quartiere che a lui si rivolgeva per ogni genere di problema. Mentre estorceva denaro a una ventina di commercianti e al proprietario di una albergo della zona si interessava pure per l'assegnazione di case popolari.     

Questo reticolo di rapporti era stato costruito attorno alle estorsioni. Pochi riuscivano a sottrarsi, tanti erano costretti a pagare. Il colpo più grosso per Abbate era costituito comunque da un appalto di 3 milioni di euro per lavori nell'area del porto. L'impresa che aveva ottenuto l'incarico doveva versare il 3 per cento, cioé 150 mila euro. Ma era dal pizzo imposto a decine di esercenti che venivano le entrate più cospicue. A volte il pizzo era imposto sotto forma di fornitura di caffé. Emblematico il caso del bar Gianflò di via Emerico Amari. Il titolare, Carmelo Santoro, avrebbe pagato 450 euro al mese per la "messa a posto" a cui si era aggiunta l'imposizione di acquistare il caffé dalla torrefazione della mafia. Il rappresentante "sponsorizzato" sarebbe stato Leonardo Leale, dipendente della Caffé Florio una ditta della quale sono soci la madre e moglie di Francesco Paolo Maniscalco già condannato a quattro anni per mafia.     

All'inizio Santoro aveva cercato di resistere ma l'insistenza di Abbate ("Ora tu provi questo caffé e così noi...") lo aveva costretto ad accettare ("va bene"). Le pressioni del boss non sarebbero per questo finite. E c'é la registrazione di un colloquio a bassa voce nella sala scommesse tra il boss e il commerciante a cui viene chiesta la "cortesia" di anticipare il pagamento di una rata del pizzo "perchésiamo un poco stretti...".     La cosca doveva fare fronte agli "stipendi" per i familiari dei detenuti e per le spese di altre persone come Giusy Amato, arrestata per avere favorito la latitanza di Gianni Nicchi. Su richiesta della famiglia di Porta Nuova, aveva messo a disposizione del boss il covo dove Nicchi fu poi catturato. Per lei l'assicurazione delle spese legali ma anche il "suggerimento" di una linea difensiva:"Devi dire che tu l'hai conosciuto in un  locale... punto". I soldi del pizzo venivano reinvestiti nel traffico della droga. Documentato tra l'altro l'acquisto di partite di cocaina (dieci chili in un solo colpo) e di hashish destinate al mercato siciliano.

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