Il paradigma di Pomigliano

Possiamo scomodare Pirandello, e il suo «Uno, nessuno e centomila», oppure fare ricorso a un detto partenopeo: «L'acqua è poca, e la papera non galleggia«; come Vitangelo Moscarda, la sinistra italiana, è vissuta a lungo cullandosi in una confortevole e irreale condizione sfuggente; fino a quando non l'ignara leggerezza della moglie (come nel caso del protagonista del romanzo pirandelliano), ma la dura realtà dei fatti, l'ha costretta a fare i conti con la sua vulnerabilità, la sua incapacità a fornire risposte adeguate a questioni e domande urgenti; una «papera», appunto, che non sa, non riesce a galleggiare; e senza essere «centomila», eccola: «una» e insieme «nessuna».


Il caso di Pomigliano è paradigmatico. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani, fama di persona pragmatica e aliena da ideologismi: «Se mi si chiede di pronunciarmi con un Sì o con un No, allora rispondo che il mio è un Sì con riserva»; e cosa consiglierebbe di fare a un operaio del Pd? «Loro sanno bene cosa fare». Loro, forse sì. Ma il Pd, e la sinistra? Perché il vice-segretario del PD Enrico Letta, dice Sì, ma senza le riserve di Bersani. L'ex segretario della CISL Sergio D'Antoni, il suo Sì lo ha scolpito l'altro giorno sulle colonne dell'«Unità»; il responsabile industria e finanza del Pd Matteo Colaninno fa sapere che «la Fiom ha commesso un errore, il futuro è nell'ok degli operai»; l'ex leader della Cgil Sergio Cofferati è per il NO secco,e bolla l'accordo definendolo «un'apologia del modello polacco«, al pari di altre frange della sinistra da Antonio Di Pietro e la sua Italia dei Valori a Nichi Vendola e la sua Sinistra e libertà: che ha infiammato gli animi di Pomigliano, sostenendo che «il Vangelo Marchionne, sottoscritto da Fim, Uilm e Fismic è la soluzione finale della crisi, il ritorno all'Ottocento». Toni ultimativi: «Il NO al referendum sull'accordo separato dà senso alla lotta alla destra, mentre il Sì costituisce la morte "del cantiere dell'alternativa al berlusconismo». Equazione perlomeno azzardata, quella che vuole Sergio Marchionne e il governo Berlusconi uniti nella crociata contro i diritti costituzionali; lo stesso Bersani, tra le ragioni della sua «riserva» ci mette «l'indifferenza» del Governo, che su questa vicenda, invece a suo parere avrebbe dovuto metterci becco. Dice la sua anche Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds, torinese: premette che le condizioni per i lavoratori sono onerose, ma «quando si tarda ad affrontare i problemi, si rischia sempre di pagare un prezzo. E il sindacato ha fatto finta di non vedere la bassa produttività e l'inefficienza». Ecco, dunque, che la lingua comincia a battere là dove il dente più duole. È più o meno quello che riconosce Walter Veltroni, intervistato dal «Corriere della Sera»: «È un accordo duro, ma inevitabile. Non c’è nessun ricatto, e bisogna dire le verità sull'assenteismo, come i 1.600 permessi per le elezioni 2008». Dal momento che questi sono i nodi venuti finalmente al pettine, lascia il tempo che trova un Maurizio Landini, leader della Fiom, quando sostiene che «la Fiat vuole dare una mano al ministro del Lavoro Sacconi nello smantellamento dei diritti dei lavoratori, e non una parola sui problemi reali della fabbrica». Forse qualcuno avrà memoria di un film di Federico Fellini del 1979: raccontava di un'orchestra, che si ribella al direttore d'orchestra, ognuno prende a suonare a suo gusto e piacere, fino a quando un'enorme palla nera sfonda una parete; sbigottiti, tra i calcinacci, i musicisti finalmente rispondono agli ordini del direttore d'orchestra, che nel frattempo è diventato assai più autoritario che prima della rivolta. La metafora di «Prova d'orchestra« è evidente. Annotiamo solo, chiosa senza illusione che sia raccolta: i Veltroni, i Fassino, gli Epifani, non credono di essere responsabili in parte dell'accaduto? Il loro «dire» e il loro «fare» di ieri, non è il «dire» e il «fare» di oggi. Certo: i tempi sono mutati, e non c'è nulla di male a mutare opinione; ma non guasterebbe una riflessione su quello che è stato e poteva essere, sulle scomuniche e le demonizzazioni riservate a chi «ieri» diceva quello che ora dicono anche loro «oggi»; potrebbe perfino aiutare a preservarci da analoghi mali un domani che è già quasi oggi.

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