Lo Stato e la questione istituzionale

Il Presidente del Consiglio rilancia l'attualità della questione istituzionale, criticando l'architettura costituzionale che non gli consentirebbe di governare. Forse, in simili affermazioni si nasconde il tentativo di trovare qualche alibi alle difficoltà che incontra l'azione di governo, ma c'è anche molto di vero. Almeno dagli anni novanta del secolo scorso discutiamo di riforme istituzionali, sono passate tante legislature, si sono alternate maggioranze diverse, ci sono stati progetti di riforma costituzionale, ma alla fine il dibattito sembra condannato all'inconcludenza. Periodicamente si leva un grido, più o meno autorevole, sulla necessità di riformare le istituzioni a partire dall'architettura costituzionale, ma poi non se ne fa nulla. Perché questa condanna all'inconcludenza? Le recenti affermazioni dell'on. Berlusconi davanti all'assemblea di Confartigianato possono essere un sintomo di una ripresa di attualità del percorso riformatore? E quante chances di successo hanno oggi le riforme? I punti centrali della questione mi sembrano due. Il primo è costituito dal cosiddetto "paradosso della riforma costituzionale": il fatto stesso che si discuta di riforme attesta l'inefficienza del sistema e la difficoltà sia di governare che di rappresentare adeguatamente la nostra società, ma queste difficoltà che ostacolano la decisione e la sua legittimazione a maggior ragione bloccano il più complesso dei processi decisionali che è quello di riforma costituzionale. Il secondo è dato dal fatto che normalmente le discipline costituzionali sono approvate da attori avvolti da quello che è stato chiamato il "velo di ignoranza", cioè da soggetti che, per le condizioni storiche in cui operano, non sono in grado di prevedere le conseguenze delle loro scelte sui rispettivi destini nel medio e nel lungo termine. Questa situazione si è storicamente verificata in Italia all'indomani della seconda guerra mondiale, dopo il crollo del fascismo e la nascita di un nuovo sistema politico. Nei primi anni della Repubblica e nel periodo costituente il futuro era ignoto, nessuno era in grado di prevedere se dalle scelte costituzionali avrebbe ricevuto più vantaggi o svantaggi. Quando finisce un'epoca e si apre una nuova pagina della storia, si può osare nella scelta perché l'ignoranza dei contesti futuri impedisce a ciascun attore di prevedere con esattezza le conseguenze delle proprie decisioni. Al contrario quando i sistemi sono consolidati prevale il calcolo razionale sulle conseguenze delle scelte costituzionali ed il timore degli svantaggi futuri impedisce l'accordo.





Ora però la situazione è diversa. Anche se non tutti l'hanno capito, siamo entrati in una fase di trasformazione velocissima degli scenari economici, sociali e politici. La crisi finanziaria globale da una parte ha attestato la fine dell'epoca della stabilità e della sicurezza, che era stata costruita negli anni del trionfo del Welfare State classico, dall'altra ha aperto una fase di ridefinizione degli equilibri mondiali e interni a ciascun Paese. Ma quello che succederà è altamente imprevedibile. Ci sono immensi rischi - il declino irreversibile dell'Occidente, il surriscaldamento globale, la guerra endemica, ecc.- ma anche nuove opportunità - una maggiore equità internazionale, lo sviluppo di nuove tecnologie che potrebbero aprire una nuova fase di crescita del capitalismo, l'avvio di prassi di tolleranza religiosa -. In tale contesto cambiano radicalmente gli equilibri delle macro aree regionali e all'interno dei vecchi Stati nazione. La crisi dell'eurozona è espressione di mala gestione interna ad alcuni Stati, ma anche di profondi squilibri tra i Paesi europei e dell'esposizione dell'euro e dei debiti sovrani ad una speculazione finanziaria internazionale di dimensioni enormi.Tutto ciò impone scelte, decisioni, e soprattutto il governo di trasformazioni profonde che, in assenza di governo politico, possono sfociare nella dissoluzione della società, nella hobbessiana guerra di tutti contro tutti. Per esempio, è evidente che in Italia il precariato è condannato irreversibilmente, ma cosa faremo di tanti uomini e di tante donne privati di ogni speranza? Quindi, oggi la capacità di decidere, di governare, di scegliere è più che mai necessaria per la sopravvivenza della società. La crisi rende improcrastinabile la decisione e può innescare una spinta propulsiva che porti al superamento del citato paradosso della riforma costituzionale. Inoltre, l'incertezza sugli scenari futuri e sulle conseguenze delle proprie azioni potrebbe creare negli attori politici quel "velo di ignoranza" che è la precondizione delle riforme costituzionali. Forse stavolta dalla retorica delle riforme potremmo passare alla pratica del riformismo possibile.

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