Obama e le controindicazioni della marea nera

Tutto dovrebbe distinguere l'incubo della nera macchia oleosa che minaccia di spalmarsi su centinaia di coste degli Stati Uniti e l'assalto-lampo di un uragano su un punto di quella stessa sponda vulnerabile. Sono ambedue disastri naturali, contro cui i poteri umani ben poco possono, e nulla quelli politici. Eppure un filo sempre più assurdo e più stretto collega una sventura che dal golfo del Messico si abbatté quattro anni fa su New Orleans e un'altra che, lenta e costante, minaccia obiettivi consimili e, soprattutto, due diversi Potenti diversi e consimili. Barack Obama si dibatte contro la Macchia Nera made in Britain e scaturita da fosse marine che assediano l'America. Lotta con tutte le sue forze ma annaspa e il tempo passa e lavora contro di lui. E su di lui innalza l'incubo di una ripetizione della sorte che toccò al suo immediato predecessore, più o meno a metà l'uno e l'altro del quadriennio di un mandato alla Casa Bianca. La presidenza di George W. Bush fu distrutta, decretarono gli storici fidandosi un po' troppo di immediate impressioni da cronisti, dalla "sua" guerra in Irak. In realtà i dati dei sondaggi, implacabili allora come oggi come armi per azzannare i leader, mostrano che la popolarità di Bush ma soprattutto la fiducia degli elettori nella sua capacità di governo, dagli abbagli grossolani presi a Bagdad e dintorni furono lentamente e progressivamente erosi. Il crollo avvenne quando allo tsunami di sabbia sollevato sui deserti che circondano Babilonia si aggiunse la tromba d'acqua salita dalle paludi della Louisiana e del Mississippi. Dall'erosione si passò di colpo al tracollo. L'inondazione portò, paradossalmente, al ripudio di quella iniziativa militare e di una intera impostazione politico-ideologica. Bush non si riprese mai più, neppure quando dall'Irak cominciò finalmente ad arrivare qualche buona notizia. I vasi comunicanti delle emozioni pubbliche seguono evidentemente una loro anatomia peculiare. Bush finì col doversi arrendere all'evidenza e lo mostrò quando, durante la Convenzione repubblicana del 2008 che doveva nominare il suo successore, egli non si presentò neppure: si limitò a mandare un messaggio proprio dall'area della catastrofe, un "addio dall'argine".
Ad Obama, se le cose dovessero continuare ad andare male, non rimarrebbe neppure quella risorsa, perché le elezioni che incombono non sono più soltanto quelle del novembre 2010 per il Congresso, ma ormai anche le Presidenziali del 2012 in cui è in gioco direttamente la sua rielezione. La risposta degli elettori è per più di un verso simile. Anche Obama ha avuto qualche delusione in politica internazionale. Anche Obama ha preso iniziative non rivelatesi sufficientemente popolari. E Obama, quel che è peggio, deve constatare che la sua vasta e illuminata grande strategia internazionale è sovrastata nell'umore dei concittadini da più urgenti e difficili problemi interni, soprattutto economici ma ancora di più psicologici. Il crac finanziario è accaduto, lo sanno quasi tutti, prima del suo avvento alla Casa Bianca, ma le conseguenze si sono prolungate, inevitabilmente, nella "era Obama". Una "ripresa" c'è, ma a fruirne meno di tutti sono gli elettori di cui l'attuale presidente ha più bisogno, i "suoi": si parla di una "ripresa senza posti di lavoro", vale a dire a pagare sono in gran parte gli elettori democratici. I provvedimenti tardano a fare effetti evidentemente decisivi, il Congresso va avanti al suo passo tradizionale che benevolmente si può definire "meditato", i grandi temi paiono sbriciolarsi in scontri su provvedimenti quotidiani. Il passo dell'America è lento, riflette quasi il ritmo di espansione della minaccia naturale che quest'anno le incombe. Una catastrofe "a puntate" può avere conseguenze ancora più gravi di una istantanea ed esplosiva. È inevitabile che le misure anche più rapide siano percepite come non abbastanza urgenti. In più c'è una sfortunata coincidenza: il "vulcano" sottomarino si è stappato proprio un mese dopo che il presidente aveva annunciato un programma di espansione delle trivellazioni nelle acque costiere. Il petrolio sale lentamente verso la gola dell'America e non importa se sul piano tecnico la reazione è stata assai più pronta di quella rinfacciata a Bush dopo l'uragano Katrina.
Non basta neanche il pur credibile paragone con una calamità personale come l'infarto: "Se ti viene a New York hai tutto pronto per curarti e così è quando qualcosa succede nel Golfo. Se l'attacco di cuore ti venisse nell'Artico non ci sarebbe niente da fare". Di queste e altre "consolazioni" Obama deve ancora convincere gli americani. E il tempo comincia a diventare corto.

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