Quel patto di stabilità e di crescita da rispettare

Quale legame intercorre tra il patto europeo di stabilità e i precari siciliani? Il patto - che in realtà si chiama di stabilità e di crescita - è un accordo stipulato dai Paesi membri e volto a salvare l’euro, l’unico cemento che tiene insieme il vecchio Continente. Entrato in vigore nel 1999, in applicazione del Trattato di Roma, il patto è stato recepito nella Costituzione europea e prevede sanzioni per i Paesi trasgressori. Nel caso dell’Italia le sanzioni possono superare i sette miliardi di euro. Fino a ieri le possibilità di aggirarlo erano modeste; dopo il tracollo greco sono diventate quasi nulle. Il patto infatti impone a ciascuno Stato membro di mantenere il deficit entro il 3% e il debito pubblico entro il 60% del Pil. L’Italia invece ha chiuso il 2009 con un deficit del 5,3% ed un debito del 115,8% del PIL. Il nostro Paese è quindi obbligato ad una rigorosa politica di rientro, come peraltro si sta facendo con la recente manovra governativa. Tuttavia, la spesa pubblica statale copre circa la metà della spesa complessiva del Paese, restando l'altra parte di competenza degli enti locali: regioni e comuni.
È per questo che il tetto di spesa imposto dal patto di stabilità riguarda tutti e quindi, ovviamente, anche i comuni siciliani. In sostanza pensare che il patto di stabilità sia solo un problema «romano», equivale a dire che in una famiglia super indebitata ed incalzata dai creditori, soltanto alcuni dei suoi componenti siano tenuti a diventare virtuosi. Consideriamo tuttavia la possibilità che il resto del Paese si voglia fare carico di una eventuale deroga, come invocano tanti, che metta la Sicilia fuori dal vincolo europeo e le consenta quindi di pagare i suoi 23 mila precari.
Anche se spesso lo si dimentica, la Sicilia va avanti grazie ai trasferimenti statali: qualche cosa come 15 miliardi di euro all'anno. Di contro moltissimi comuni del centro-nord, che non beneficiano di trasferimenti tanto generosi, si trovano nella gravosa situazione di avere risorse proprie, disponibili per gli investimenti e di non poterle spendere per effetto del vincolo europeo; da anni chiedono una deroga al patto stabilità senza alcun successo.
Né possiamo dimenticare che la pentola è sempre la stessa e quindi se qualcuno spende di più, altri devono spendere meno. Pertanto quegli stessi comuni che non possono neanche spendere i propri soldi e che già ne trasferiscono una quota al sud, ebbene questi stessi dovrebbero persino rinunciare ad ulteriori quote di spesa per consentire all'Italia di rispettare quel patto di stabilità, che invece sarebbe derogato da alcune regioni del sud. Certo le motivazioni di questo ennesimo sacrificio sarebbero «nobili». In fondo si tratta di consentire alla Sicilia di tenere in piedi un esercito di appena cento mila precari, di bandire nuove selezioni per assumerne di nuovi, di tenere inoccupati i dipendenti della fiera del Mediterraneo pagando loro lo stipendio e prendendo in carico altro personale, di fare transitare più di tre mila precari dal Comune di Palermo, che in qualche modo li utilizzava, alla Regione che si limita a pagarli senza far nulla, di mantenere in un grande comune siciliano sei mila dipendenti in pianta organica e dodici mila «fuori sacco», di impiegare circa sei volte i forestali del Trentino, avendo una superficie boscata di appena un terzo... e via di questo passo.
Uno strappo - che eviti di trasformare una questione sociale in una di ordine pubblico - potrebbe essere giustificato soltanto da una soluzione strutturale al problema dei «ventitremila» precari, attraverso un confronto virtuoso, all'interno del quale Stato e Regione siciliana sapessero attuare un'uscita programmata dall'intero bacino del precariato, abiurando per sempre quella gravosa, quanto inefficace, modalità occupazionale.
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