Lo Zen e la discontinuità dello Stato

Come uno stucchevole refrain. Polizia e carabinieri non ci sono e gli abusivi occupano le case popolari; le forze dell’ordine arrivano in massa - con tanto di blindati e tenute anti-sommossa - e gli abusivi smobilitano, restando però strategicamente in zona; i militari si allontanano dopo qualche giorno di tregua e gli «avversari» tornano all’attacco. La partita a scacchi che si sta giocando all’Insula 3 dello Zen rischia di diventare noiosa nella sua sconfortante ripetitività. E ci induce a sollecitare ancora una volta una maggiore attenzione su una vicenda che non può essere derubricata fra la faccenducole da ordinaria (dis)amministrazione. Perché lo Zen, con tutte le sue storture e i suoi avamposti di illegalità diffusa e mai compiutamente contrastata, ha una specificità di cui una volta per tutte bisogna prendere atto. A meno che, come abbiamo già più volte sottolineato né intendiamo smettere di farlo, non ci si voglia arrendere al fatalismo del sopruso.
Ieri gli abusivi sono tornati sui tetti del cantiere per la realizzazione delle case popolari. Indisturbati. Perché a presidiare l’immobile c’erano solo pochi vigili urbani, oltre ai vigilantes privati ingaggiati dalla ditta. Che a sua volta ha nuovamente bloccato i propri operai. Il presidio di vigilanza e sicurezza si è dunque confermato troppo scarno e inadeguato. È una scelta? Una necessità? Esistono altre priorità? Bene, allora ci si dica quali sono. In caso contrario, non potremo che certificare una resa delle istituzioni davanti ai paladini dell’illegalità.

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