Quando la crisi ispira i saggisti

«Patatrac» è quello che è accaduto o sta accadendo in diversi Paesi (dagli Stati Uniti alla Grecia) e che potrebbe ripetersi anche da noi. Patatrac è anche il titolo del saggio di Roberto Vacca (Garzanti). Vacca, un tempo definito «futurologo», è un ingegnere che si è sempre occupato di scienza, tecnologia ed economia (pubblicando numerosi saggi). In questo suo ultimo libro analizza il «patatrac» globale che nessun esperto aveva previsto e che ha messo in crisi l'economia di tutto il mondo, facendo fallire numerose banche e industrie e provocato milioni di disoccupati. Gli esperti, i politici e gli uomini della finanza cercano ogni giorno di rassicurarci e ci ripetono che la ripresa è in corso, ma le insidie (come confermano le continue forti oscillazioni delle borse) sono sempre più visibili. Il saggio passa in rassegna tutti i possibili rischi per l'economia e la finanza, senza però proporci ricette per uscire fuori dal tunnel. D'altra parte come potrebbe farlo l'autore se oggi nessun «guru» dell'economia osa avventurarsi in profezie e terapie? Si limita a tracciare una diagnosi complessiva dei nodi della crisi e a disegnare diversi scenari, ricordandoci che è sempre più importante alzare il livello di conoscenza e di formazione (economica, ma non solo) della gente.
Un approfondimento sul rapporto tra la crisi globale e l'economia italiana ci viene anche dal libro a due voci Capitalismi (Boroli editore) di Lodovico Festa e Giulio Sapelli: il primo è un giornalista che si occupa di economia, mentre il secondo insegna storia ed economia politica all'Università di Milano. Il «faccia a faccia» comincia dalla crisi del 1929 (che ha le sue basi nella prima guerra mondiale), per passare al tramonto dell'impero britannico, tanto amato dal celebre John Maynard Keynes, all'ultima gigantesca crisi di Wall Street sino all'incendio finanziario del 2008. Gli interrogativi sono moltissimi e comprendono anche i rischi del mercato globale, della guerra al terrorismo, dei rapporti con la Cina. E, per quanto riguarda specificamente l'Italia, i due studiosi analizzano anche il «destino della Fiat» e le prospettive di sviluppo dell'Eni. In quattro conversazioni Festa e Sapelli ci fanno capire che l'economia e le sue crisi sono certo la conseguenza di regole e di meccanismi automatici, ma anche delle azioni degli uomini che influenzano le scelte dei «capitalismi».
Due altri studiosi di economia, gli americani George A.Akerlof e Robert J.Shiller, nel saggio Spiriti animali (Rizzoli), ci spiegano che, anche all'indomani della crisi del ’29, Keynes, in polemica con le teorie classiche, sosteneva che la natura umana influenza le nostre azioni. Che cosa significa tutto questo? Che se la depressione è stata la tragedia del secolo scorso anche la nuova grande depressione rischia di diventare una possibilità concreta perché negli ultimi anni economisti, politici e la stessa opinione pubblica hanno abbassato la soglia di attenzione e hanno dimenticato la lezione degli anni ’30. Questo saggio di due eminenti professori di economia descrive il reale funzionamento del sistema economico «quando le persone sono davvero umane, ossia quando possiedono quegli umanissimi spiriti animali». L'analisi riguarda ben 70 anni di ricerche sociali che può essere utile per gli addetti ai lavori (economisti, politici, imprenditori) ma anche a coloro che «hanno le intuizioni giuste», come Ben Bernanke, il presidente della Federal Riserve.
Infine, un libro del giornalista Gianni Flamini, Le anime nere del capitalismo (Newton Compton editori). Si tratta di un saggio a tema, molto ideologico, che attribuisce tutte le responsabilità della crisi del 2008 alla «follia dei maghi della finanza che promettevano l'Eldorado e hanno invece prodotto milioni di nuovi disoccupati». In sostanza, secondo l'autore, il crollo di Wall Street è solo l'ultimo capitolo della guerra iniziata l'11 settembre 2001 con la distruzione delle Torri Gemelle, con «la crociata contro il terrore che non risparmia vittime innocenti», con le guerre in Afghanistan ,Iraq e Palestina. Visto che non abbiamo lo spazio per confutare questa assurda tesi, ci limitiamo a commentare con un semplice, e ci auguriamo significativo, «auguri, Flamini».

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