Falcone e la lezione da non dimenticare

Un giorno da dedicare alla memoria di Giovanni Falcone. Il ricordo del magistrato ucciso diciotto anni fa a Capaci, con la moglie e gli agenti di scorta, non dovrebbe essere legato alle scadenze del calendario civile e siamo certi che tantissimi inquirenti e investigatori pensino a tutti i caduti nella lotta alla mafia ad ogni levar del sole. Ma il calendario civile impone a tutti, anche ai cittadini distratti, un'occasione di riflessione e di rimpianto. Giovanni Falcone, insieme col giudice Borsellino, anch'egli falciato sul campo del dovere, ha segnato una svolta nelle strategie contro il crimine organizzato, ha creato un metodo, ha dimostrato che se anche il denaro non puzza, tuttavia lascia tracce. Il denaro, la roba, il patrimonio dei mafiosi ufficialmente nullatenenti che resta tuttavia rintracciabile, nonostante i prestanome e gli uomini di paglia. Giovanni Falcone ha tracciato un solco profondo ed è amaro, ma necessario, ricordare che per le sue posizioni culturali, per la sua comprensione profonda del mondo mafioso, fu osteggiato da colleghi e politici che avrebbero voluto sciogliere l'enigma di Cosa nostra in un'equazione ideologica. Giovanni Falcone, pur con la sua fine tragica, ha chiarito che la mafia non è invincibile e che gli uomini delle cosche, ancorché protetti da omertà e servilismo, non sono dei supereroi, sono criminali che debbono a una sorta di storica stagionatura la loro presa sociale, oggi istradata, si spera, sul viale del tramonto. Giovanni Falcone fu coraggioso, non soltanto per le inchieste che generò, ma anche per aver deciso di portare a Roma, da una posizione unificante e onnicomprensiva, la sua competenza. Ma tanti non gli perdonarono mai di avere messo i suoi talenti a disposizione del governo, come se la lotta alla mafia fosse materia riservata agli specialisti dell'antimafia e ai riscrittori della storia apocrifa. Sulla lezione di Falcone bisogna continuare a meditare. Così come bisogna meditare sul fatto che la lotta a Cosa nostra non implica necessariamente la lotta al governo in carica.  Sull'attuale governo, grazie anche ad inchieste fumose e forse ideologicamente motivate, si sono ipotizzate contiguità sospette, ma la verità è che questo esecutivo ha dispiegato contro il crimine organizzato un'energia e un'efficacia prima sconosciute. Poche cifre. Da quando Silvio Berlusconi è presidente del Consiglio sono stati catturati almeno diciassette dei trenta più pericolosi latitanti. A fine gennaio di quest'anno risultavano sequestrati beni di mafiosi per oltre sette miliardi di euro; sono state arrestate per attività mafiosa 4.236 persone; i latitanti meno importanti assicurati alla galera sono stati 310. Sulle cifre non si può discutere. È importante anche rilevare che l'attuale governo ha voluto l'inasprimento del 41 bis, con norme più stringenti e più severe per coloro che, parenti o avvocati, portano fuori dalle carceri di massima sicurezza gli ordini dei boss. La lezione di Giovanni Falcone è chiara. La lotta al crimine organizzato non è appannaggio di una parte politica o di uno schieramento ideologico. Deve essere un impegno di tutte le istituzioni e anche dei cittadini, chiamati a un dovere di verità e di senso civico. Le ricorrenze ufficiali presentano sempre un piccolo rischio di scivolamento nella retorica. Speriamo che oggi il ricordo di Giovanni Falcone imponga a tutti una riflessione profonda, nell'interesse della Sicilia e dell'intero Paese. La mafia non è invincibile, ma non perdiamoci nelle polemiche politiche sulla primazia nella lotta a Cosa nostra.

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