Thailandia, la semiguerra delle "camicie rosse"

Thailandia, la semiguerra continua. La si potrebbe, anzi, chiamare "drole de guerre" se non fosse perché ci sono già stati dei morti e perché le violenze non accennano a diminuire ma anzi si estendono dai quartieri centrali di Bangkok, la capitale, alle località frequentate dai turisti che fino all'altro giorno si comportavano come enclave extraterritoriali. Lo scontro, adesso, avviene proprio su scala nazionale e coinvolge sempre più thailandesi, dividendoli in un numero crescente di fazioni, riconoscibili soprattutto per il colore delle camicie che dimostranti e controdimostranti indossano al momento di scendere in piazza: in camicia rossa i contestatori, in camicia multicolori i cittadini che si rifanno genericamente al tipo "Legge e Ordine", in camicia gialla i fedelissimi della monarchia. La giornata di ieri avrebbe dovuto essere il giorno della svolta, verso il dialogo o verso una guerra civile aperta, si è conclusa invece, a quanto pare, con un ulteriore rinvio, l'ennesimo ultimatum del Potere: non tratteremo finché l'opposizione non desisterà dalle manifestazioni di piazza.
L'intera crisi, del resto, si è sviluppata finora secondo tempi lunghi, che hanno contribuito a rendere difficile per gli osservatori stranieri la comprensione del fenomeno, a cominciare dalle sue origini. Se un nome può bastare per definire una crisi di regime, è quello di Thaksin Shinawatra, la cui personalità continua a dominare la vita politica thailandese da parecchi anni, dalle sue vittorie elettorali fino alla sua destituzione da parte dei militari. Più volte nella polvere, più volte sugli altar, Thaksin attende con giustificata ansia l'esito della prova di forza in piazza, che è contemporanea all'ennesimo atto della sua vicenda giuridica. Il protagonista è dunque lo spettatore, e non è questo il solo né il primo risvolto paradossale dell'intera vicenda. Thaksin è l'uomo più ricco della Thailandia e, contemporaneamente, il leader dei ceti più poveri. È un uomo dell'alta finanza (siano vere o meno le accuse di averla manovrata con metodi e con fini illegali), eletto da un massiccio voto rurale prima di essere rovesciato da un colpo di Stato militare appoggiato dall'aristocrazia e dai ceti medi, che sostengono il primo ministro attualmente in carica, il generale Abhisit Vejjajiva (un altro generale, Khattiya Sawasdipol è stato vittima dell’assassinio politico in cui le violenze sono finora culminate). Le "camicie rosse" hanno effettuato la loro "marcia su Bangkok" dalle aree più diseredate delle campagne. Il paragone che risale da memorie remote nel tempo e nello spazio è quello con Juan Peron, creatore mezzo secolo fa del più autentico ed autoctono fra i populismi latinoamericani, destituito nel 1955 da un colpo di Stato militare appoggiato dai ceti e dalle forze politiche "moderate", esiliato e protagonista quasi vent'anni dopo di un clamoroso, pittoresco ed effimero ritorno. Le violenze di Bangkok sono finora lungi dall'avere raggiunto i livelli di quelle di Buenos Aires, ma la partita è tutt'altro che chiusa e i rischi permangono. Sono note in modo confuso, le motivazioni più concrete delle parti in causa. Chi vuol semplificare ad ogni costo può servirsi del contrasto cromatico: i colori "garibaldini" delle masse rurali e dei ceti più poveri contro i tessuti multicolori dei sostenitori del potere militare. Sullo sfondo le camicie gialle che originariamente indossavano i fedelissimi di re Bhumibol in un contesto non partitico ma che una serie di coincidenze, fra cui il compleanno reale, potrebbe trasformare in un movimento di massa dalle inclinazioni per ora imprevedibili. Come lo sono del resto gli sbocchi della situazione almeno ad occhi occidentali. Se la crisi è finora stata ricca di sorprese è anche perché l'attenzione internazionale è stata fino a poco tempo fa molto parca.La Thailandia è considerata un'area di basse tensioni politiche nel Sud-Est Asiatico. Fu coinvolta marginalmente nella Seconda Guerra Mondiale e nelle guerre d'Indocina (anche se fu retrovia per le truppe americane). L'amministrazione Johnson giustificò in parte la lunga presenza militare Usa in Indocina come una difesa preventiva della Thailandia dalla "marea comunista". Si chiamava "teoria del domino". Il contorno politico-geografico di oggi è molto più stabile, ma la "retrovia" di ieri rischia di diventare l'epicentro di oggi.

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