Il credito culturale potrebbe salvare la Grecia

I greci sono geniali e astuti. Da sempre o almeno dal momento in cui inventarono il Cavallo di Troia. Accadde in una guerra di conquista ed è curioso che non abbiano ancora tirato fuori qualcosa di analogo in una guerra di essenziale autodifesa: contro l'assalto dei creditori e dei portatori di soccorsi forse esosi. Gli sarebbe bastato, gli basterebbe proporre ai Paesi con cui sono in debito (più o meno tutto il mondo) una piccola modifica che non richiederebbe Trattati internazionali: una ritocco alle leggi sui diritti d'autore. Nel senso di abolire, o almeno sospendere a tempo indeterminato, la scadenza dei diritti d'autore. Renderli permanenti, non più caduchi.
Almeno i copyright letterari, almeno quelli degli autori dell'antica Ellade. Basterebbe. Ricomincerebbero ad affluire nelle esauste casse di Atene i compensi ogni volta che qualsiasi Paese straniero (attenzione, non ho scritto "barbaro") ristampa libri o adopera oggetti, invenzione, concetti sviluppati nella penisola ellenica. Ogni anno ci sono almeno decine di case editrici che producono o ristampano Omero; teatri che rimettono in scena Sofocle; uomini politici che inneggiano alla democrazia, scolari che fanno calcoli sul "pi greco". E, se ce ne sono ancora, filosofi. Anche tenendo i "balzelli" a un livello più che ragionevole, i miliardi affluirebbero, ripianerebbero i deficit, si accumulerebbero fra le colonne dell'acropoli.
Non unicamente, si badi, ritirando fuori vecchi libri, opere, idee, cose: forse basterebbe "tassare" quello che si scrive o si pensa oggi ricalcando quello che gli ateniesi hanno pensato per noi due o tremila anni fa. Solo negli ultimi mesi ne sono uscite a decine di questi «rifacimenti» o almeno adattamenti. O da mezza dozzina soltanto negli Stati Uniti, per le case editrici, i teatri, i cinematografi. "Storie" inedite i cui protagonisti sono in giro da quando l'umanità ha cominciato a pensare. Le "ispirazioni" sono antiche quasi quanto, per esempio, l'Europa. Anche i Grandi delle nostre letterature hanno "pescato" laggiù. Shelley ha riscritto Eschilo, Joyce ha ristampato l'Odissea chiamandola "Ulysses". "Anfitrione" è stata riscritto da romanzieri francesi, drammaturghi tedeschi, operisti, registi cinematografici, perfino da Cole Porter. Sono freschi in libreria, in scena sugli schermi le vicende di Elena di Troia, di Ercole, di Edipo, "The clash of Titans". La vicenda dei Lotofagi è diventata il "Casino Lotus" di Las Vegas. David Malhuf racconta e ri-racconta in Ransom il ventiquattresimo e ultimo libro dell'Iliade, il confronto finale fra Achille e il vecchio Priamo sul cadavere fresco e straziato di Ettore diventato un "ostaggio" che il padre è venuto a riscattare dall'uccisore.
Con una variazione proprio in fondo: su una vicenda atroce e personale germoglia in attesa una proposta di tregua. Che potrà risolvere con un compromesso: la Guerra dei Dieci Anni ed evita la distruzione di Troia. John Banville ha ricomposto in The Infinities, vicende in cui Giove e Mercurio conducono nuovi giochi con l'umore capriccioso di sempre. E Zachary Mason ripropone in "The lost books of the Odyssey, addirittura 44 "episodi alternativi" tratti da Omero e addirittura "giustificati" da qualche verso dell'originale.In una delle ipotesi si racconta l'episodio del Ciclope visto attraverso il suo unico occhio; si scopre che l'autore dell'Odissea è in realtà in Ulisse. A nessuna di queste opere è garantito un successo millenario, ma basterebbe molto meno, un obolo da ciascun lettore coraggioso e ambizioso abbastanza da voler rivivere anche solo un dettaglio di quella storia infinita per sistemare un piccolo debito pubblico, rinviare il licenziamento di un impiegato, abbassare di un millesimo il tasso di sconto. Mettere sul tavolo, a fronte dei debiti di pochi milioni di greci viventi, il credito immenso dell'umanità intera verso gli ellenici morti. E immortali.

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