Europa, è tempo di sacrifici

«Tutti i Paesi europei vivono attualmente al di sopra dei loro mezzi. Ne devono prendere atto rapidamente e azzerare i disavanzi pubblici per evitare di diventare ostaggi dei mercati speculativi». La sentenza di Lorenzo Bini Smaghi, il membro italiano del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea apparsa ieri sul "Corriere" non avrebbe potuto essere più esplicita, ed è stata immediatamente ribadita dalla richiesta della stessa BCE a tutti i governi di «risanare i conti pubblici in tempi più rapidi di quanto previsto finora». Si prepara pertanto una stagione di pesanti sacrifici per la zona Euro, di cui abbiamo già avuto le prime anticipazioni in Grecia, in Spagna, in Irlanda, che entro un mese investirà Portogallo e Gran Bretagna, ma che finirà - chi più, chi meno - con il coinvolgere tutti. La parola d'ordine è «riduzione della spesa pubblica», il problema è come attuarla. Atene e Madrid, costrette a muoversi per prime, hanno puntato sul taglio dei compensi dei dipendenti pubblici, sul contenimento delle pensioni e su un più severo controllo della spesa sanitaria. Il nuovo governo britannico, che deve fronteggiare un deficit di bilancio di quasi duecento miliardi di Euro (il 12% del PIL), sembra intenzionato a imboccare la stessa strada, con l'obbiettivo non solo di ridimensionare uno Stato sociale «gonfiato» da tredici anni di dominio laburista, ma di «sradicare la cultura di egoismo, di indisciplina e di dipendenza dallo Stato» che, secondo il nuovo premier Cameron, domina oggi il Regno Unito. Qualche avvisaglia della tempesta che si prepara è percettibile ovunque, anche in Italia dove ieri il governo ha ordinato alle regioni con la Sanità disastrata di aumentare le tasse per riportare i conti in pareggio. Il problema è che la maggioranza dei cittadini europei considera i benefici ottenuti negli anni delle vacche grasse irreversibili e - forse non rendendosi conto appieno della gravità della situazione - non si lascerà imporre tanto facilmente i tagli. Abbiamo visto come hanno reagito i greci alle misure di austerità richieste dall'Europa in cambio del piano di salvataggio, e i sindacati spagnoli promettono di non essere da meno. Il mito dei «diritti acquisiti» sembra resistere a tutte le tempeste finanziarie. Per quanto quasi dappertutto impopolari, i dipendenti pubblici non accettano il ruolo di prime vittime dell'austerità e pretendono che lo Stato ricorra ad altri mezzi, soprattutto a maggiori tasse per i benestanti, per procurarsi i soldi che gli mancano. Nei Paesi che hanno anticipato i sacrifici, si assiste già a un palleggio di responsabilità che lascia presagire una conflittualità sociale quale non vedevamo da molto tempo. Nonostante il tentativo di una parte dei media di includerci nell'elenco dei reprobi, a causa del debito pubblico che rimane tuttora il più alto d'Europa, l'Italia ha, grazie alla politica delle lesina di Tremonti, più tempo degli altri per rimettere la casa in ordine e prepararsi psicologicamente a una revisione del tenore di vita. Ma è inutile illudersi, la campana di Bini Smaghi suona anche per noi, perché o l'Europa si salva tutta insieme, o i suoi membri entreranno in crisi uno dopo l'altro.

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